giovedì, 02 luglio 2009
Mentre recensivo “Milk” di Gus Van Sant, ho cercato cos’era lo split screen (il fotogramma viene diviso in più parti in ognuna delle quali si svolge un’azione) e ho scoperto anche che era un omaggio al film “Festa per il compleanno del caro amico Harold – The boys in the band”, Usa 1970 di W. Friedkin. Sono corsa a consultare il Morandini e sulla stessa pagina, l’occhio è caduto su un altro titolo dello stesso regista: “Festa di compleanno – The birthday party”, GB 1968, tratto dai tre atti di Harold Pinter “Il compleanno” che ho subito letto.
Oltretutto, mentre scrivevo, una canzone mi ronzava nella testa, ma non ricordavo né l’autore, né il testo: era “San Francisco (Be sure to wear some flowers in your hair)” di Scott McKenzie.
Sicuramente vi saranno capitate situazioni del genere. Bè, io faccio le capriole quando rimango impigliata in queste trame. Penso che il film, il libro, la canzone c’erano sempre stati e io non lo sapevo e che per puro caso li ho scovati e ora posso guardarli o leggerli.
Me ne ricorderò fra dieci anni? Chissà. Mi serviranno nella vita? Forse. Mi cambiano la giornata? Sì. Sapere che ci sono tante cose che non conosco, mi aiuta a tirare avanti. Sapere che sono lì, in attesa di essere scoperte è una delle cose importanti per cui vale la pena vivere. Ed è un pensiero solcato da una sottile, ma potente vena d’angoscia, che ti fa scendere un brivido lungo la schiena e ti fa capire quanto sei infinitamente piccolo: non riuscirò mai a conoscere tutto, a leggere non tutti i libri che sono stati scritti, ma almeno quelli che vorrei leggere; quanti film non vedrò mai, quali canzoni non ascolterò mai?
Ieri ho rivisto “Tutto su mia madre” di Almodóvar. Esteban è un ragazzo che vuole fare lo scrittore e riceve in regalo “Musica per camaleonti” di Capote, libro che mi sono ricordata di avere, la cui prefazione, scritta dall’autore, è fra le più belle in assoluto e ricorda molto da vicino il mio stato d’animo mentre scrivevo la recensione di Milk (con la trascurabile differenza che io non sono Capote, auch!).
“(...) Lentamente, ma con crescente sgomento, rilessi tutto ciò che avevo pubblicato e conclusi che mai, neppure una volta in tutta la mia esperienza di scrittore, avevo fatto erompere tutta l’energia e il godimento estetico insiti nel materiale. Anche quando un pezzo era buono mi rendevo conto che non utilizzavo mai più della metà, a volte di un terzo, delle forze a mia disposizione. Perchè?
(...) Il problema era: come può uno scrittore riunire felicemente in una sola forma tutto ciò che sa di ogni altra forma di scrittura? Poiché questo era il motivo per cui la mia opera era spesso insufficientemente illuminata; il voltaggio c’era ma, lasciandomi limitare dalla forma, quale che fosse, in cui scrivevo, non mettevo in atto tutto ciò che sapevo dello scrivere, tutto ciò che avevo imparato da copioni, opere teatrali, reportage, poesia, racconto, romanzo breve, romanzo. Uno scrittore dovrebbe avere tutti i suoi colori, tutte le sue capacità a disposizione sulla medesima tavolozza per poterli mescolare (e nei casi opportuni applicarli simultaneamente). Ma come?”
martedì, 23 giugno 2009
Coraline e la porta magica – Coraline di H. Selick, Usa 2009
Coraline, una ragazzina dai curiosi capelli blu elettrico, si trasferisce dal Michigan in una catapecchia sperduta, il Pink Palace appartments. Trascurata dai genitori, tristi compilatori di manuali di giardinaggio, scopre una porta segreta e un tunnel che la conduce in un mondo parallelo dove c'è un'altra madre e un altro padre, esatta copia dei veri genitori, ma che la coccolano e la viziano. Unico difetto: al posto degli occhi hanno due bottoni e le propongono di diventare come loro...
Vera sorpresa estiva quando occorre il lanternino per scovare un buon film, è facile pensare che Coraline sia una versione riproposta di “Alice nel paese delle meraviglie”. Non è del tutto esatto perché se la storia di Selick (co-autore di “Nightmare before Christmas”) ricorda Alice, questa favola cola nero da tutte le parti. L'atmosfera è angosciosa e inquietante e non si sente il bisogno dell'happy end.
Anche se non si conosce lo stop motion (per capirsi: un movimento del pupazzo corrisponde a un fotogramma), basta poco per capire che Coraline è un piccolo capolavoro dell’animazione e non solo perché la ricchezza mimica di pupazzi e immagini è sbalorditiva, ma perché è un’ulteriore conferma a un modo diverso di affrontare certe storie, senza inseguire la lezioncina morale o il finale confortante.
Per Coraline non si tratta solamente di scegliere tra realtà e sogno o “realtà altra”, il bivio è un altro: i sogni ci spingono nella direzione giusta?
Un film che pone interrogativi e tuttavia non li scioglie, che terrorizza e ipnotizza proprio perché il lato oscuro delle cose esercita su di noi, dal bambino all’adulto, una forte attrazione.
Nonostante sia un film universale, non piacerà a tutti proprio perché è un’opera di deviazione dal tranquillo solco in cui tante pellicole ci hanno fatto precipitare, ma chi apprezzerà l’inimitabile stile di Coraline vorrà rivederlo (anche solo per la scena cult della madre-ragno che insegue Coraline).
venerdì, 19 giugno 2009
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhh!
Sono appena tornata dal concerto dei Depeche Mode a Milano!
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhh!
Voi non ci fareste all'amore con Dave Gahan?
mercoledì, 17 giugno 2009
Il canto di Paloma – La teta asustada di C. Llosa, Spagna Perù, 2009
Fausta vive con la famiglia in una baraccopoli di Lima e ha una pesante eredità: la madre è stata stuprata mentre era incinta e le ha trasmesso attraverso il latte materno, secondo le credenze popolari, una malattia. Fausta è taciturna, gira sempre accompagnata, ha paura degli uomini e per proteggersi da un’eventuale violenza, si è infilata un tubero nella vagina. La madre muore e per darle degna sepoltura, Fausta lavora come cameriera presso una ricca pianista. Questa esperienza porterà la ragazza ad affrontare le sue paure.
Orso d’oro al 59° Festival di Berlino, approdato dopo mesi in Italia in poche copie (strano Paese il nostro, vero?), Il canto di Paloma (gloria ai titolisti) s’inoltra nel territorio del realismo magico pur rimanendo ancorato alla realtà.
Sganciato dalla necessità di spiegare tutto a tutti i costi, qui sono importanti le immagini che, insegnamento dei grandi registi andato perduto, comunicano più delle parole. Bastano quelle per spiegare quanto il Perù sia diviso tra antiche tradizioni (la preparazione della salma accompagnata da canti) e nuovi costumi (spassosissime le feste di nozze con matrimoni collettivi e parata di regali); tra polverosi villaggi e ville paradisiache nascoste dalle bancarelle di un mercato.
Un film che commuove, scombussola e incanta, importante testimonianza del tragico periodo del terrorismo durante il quale migliaia di donne vennero rapite e violentate.
Fausta, interpretata da Magaly Solier è bellissima e si fonde con quell’arcobaleno che è il Perù.
Recuperatelo!
“Solo la morte è obbligatoria tutto il resto succede o non succede solo se lo vogliamo noi”.
venerdì, 05 giugno 2009
Lunedì abbiamo rischiato di perderci tra i boschi nell'altopiano di Asiago. Tanti anni che andiamo in montagna e non era mai successo. Il percorso, preso da un sito internet, annunciava “tranquilla passeggiata tra boschi, radure e malghe, difficoltà nessuna, lunghezza 9 km”. Si trattava di partire da Campomuletto (Gallio, valle di Campomulo), malga Fiara, malga Bosco Secco e nuovamente a malga Fiara.
Detto così sembrava facile, la giornate era bellissima e a quell’altezza, 1600 metri, la neve copriva ancora alcuni punti del sentiero. Polly era scatenata, scivolava, azzannava la neve, sembrava impazzita. Fino a malga Bosco Secco è filata liscia, anche se la segnaletica è sempre insufficiente da quelle parti e i cartelli erano stati abbattuti dalle eccezionali nevicate.
Proprio a Bosco Secco, quando i suggerimenti del percorso diventavano incerti “si prende la mulattiera erbosa (a sinistra in vista della malga, attenzione a non scendere a valle, si finirebbe a Gallio...)”, i cartelli sono scomparsi. Tenendo la sinistra si finiva in un bosco coperto di neve, proseguendo sul sentiero si scendeva. Perlustriamo i dintorni, ma della mulattiera da seguire non c’è traccia. Scendiamo sperando di trovare più avanti un’indicazione, ma il sentiero diventa sempre più stretto e tortuoso, si affonda nella neve. Dopo aver trovato dei cartelli, capiamo di essere da tutt’altra parte, siamo scesi troppo. Mangiamo un panino, decidiamo di tornare verso Bosco Secco, ma prima ci guardiamo intorno. Nel cielo avanzano nubi scure, qui il silenzio è un’idea, il tempo sembra si sia fermato da anni e ci pare di violare qualcosa. È giugno, ma la neve non ha ancora abbandonato questi posti e sembra che la natura abbia ancora voglia di dormire. È tutto tremendamente bello e angosciante.
Ripartiamo, torniamo a malga Bosco Secco. Sulla facciata è apposta una targa, delle persone ebree ringraziano per aver trovato rifugio durante la seconda guerra mondiale. Intorno lattine arrugginite, panchine di legno danneggiate dalle intemperie.
C’interroghiamo su quel “a sinistra in vista della malga”, battiamo i prati punteggiati di bucaneve e infine, per puro caso, troviamo la mulattiera erbosa. Impossibile vederla dal sentiero principale, troppo distante e nascosta. Imprecando, speriamo di essere sulla giusta via, dato che stiamo seguendo solo i segni sulle pietre. Arriviamo “al solitario pianoro prativo di Col di Fiara” e non sappiamo dove andare. Un’indicazione in legno, penzolante e scritta da ignoti, indica Bosco Secco e Malga Fiara, ma non è chiaro dove dirigersi. Il foglio, oramai spiegazzato e riletto centinaia di volte, recita “si scende (verso sinistra) per il sentiero Cai 850 nuovamente a malga Fiara”. Percorriamo i prati. C’è una baracca che resiste, un teschio di un animale che non riusciamo a riconoscere, più avanti un nascondiglio di un cacciatore. L’unico sentiero battuto scende e sembra portare di nuovo a valle.
“Guarda che secondo me ci porta lontano quel sentiero, scendiamo troppo, questo è un giro circolare”.
“È l’unico, non ne vedo altri. Aspetta...un gruppetto di persone, vado a chiedere”.
Ringrazio quei quattro rimbambiti che ci hanno mandato nella direzione sbagliata. Interrogati più volte (“Da dove venite?” “Da malga Fiara” “Sicuri?” “Sì”) abbiamo camminato per un’altra mezzora, siamo passati accanto a malga Fiaretta che ci ha dato l’illusione di essere oramai giunti a destinazione, fino al cartello che ci rimandava nella direzione da cui venivamo!
Per l’ennesima volta torniamo sui nostri passi chiedendoci, a questo punto, come faremo a tornare. Rifare tutto il percorso al contrario? Non è il caso, oltretutto siamo sul sentiero 850, ma nella direzione sbagliata. Cocciuti vogliamo completare il percorso ad ogni costo anche se il panico e la stanchezza ci assalgono. Ancora per caso, Davide punta una pietra. Quelle due strisce rosse e bianche ci dicono che abbiamo trovato il sentiero. Anche questa volta, non è né segnalato, né si poteva vedere perso tra i prati ed è pure difficile seguirlo quando si addentra nei boschi, visto che la neve ha abbattuto gli alberi e copre i segni del Cai sulle pietre. Non ci resta che seguire le orme di qualcuno passato prima di noi, sperando nella giusta direzione, scavalcando tronchi, cercando di piantare i piedi senza scivolare (io frano come un sacco di patate, Polly pensa voglia giocare e mi assale). Il cielo è sempre più scuro, il bosco ci risucchia, la neve cancella i punti di riferimento, nella testa vorticano brutti presentimenti, finché la strada curva e vediamo malga Fiara...
lunedì, 25 maggio 2009
Trama: una coppia perde il figlio. Il marito, psichiatra, decide di curare la moglie e la porta in un rifugio tra i boschi per indurla ad affrontare le sue paure.
Ammettiamolo: ieri sera ho visto “Antichrist” solo per parlarne male oggi.
Non sono prevenuta nei confronti di Lars von Trier, anzi “Le onde del destino” e “Dogville” mi sono piaciuti parecchio, m’infastidisce però che il regista si diverta ad alzare polveroni. Dichiarare durante la conferenza stampa “E vi prometto che ci sarà tantissimo sangue” è da Trier ed è proprio questo che detesto anche se sto nel mezzo tra chi lo venera e chi lo ricopre d’insulti. Questa volta avrei voluto dargli una bella steccata e invece “Antichrist” nonostante l’evitabile titolo, ha molti punti a favore. Non mi ha spostato di una virgola dalla mia posizione, ma la scena nel prologo, vale tutto il film e tantissimi altri film. Tra i versi di Handel e il bianco e nero di Anthony Dod Mantle vengono inoculate dosi insostenibili di bellezza e non c’è nulla da obiettare. Sul resto possiamo parlarne per i prossimi sei mesi.
Innanzitutto direi che il film è inquietante (non horror) e che mi ha ricordato le atmosfere del grandissimo e inarrivabile Lynch. Charlotte Gainsbourg e Willem Dafoe sono perfetti, tengono in piedi la baracca e sono il motore della vicenda. Proprio per questo lasciamo da parte la menata dell’Anticristo che avrebbe creato il mondo e le vicissitudine personali del regista unite alla sua sempre manifestata misoginia. È interessante la lotta tra sessi, l’invalicabile dolore per la perdita di un figlio, la casetta nella Foresta di Eden, le sequenze oniriche, il fatto che la storia con tutti i “se” e tutti i “ma” del caso, abbia una sua coerenza e che il ritmo, per una volta, sia sostenuto.
C’è da rimanere sempre sul chi va là; l’uso di una certa simbologia è a tratti scontato, la storia è zeppa di passi falsi e azzeccate intuizioni, ma la certezza è una: l’indiscutibile talento visivo del regista danese.
L’impalcatura del film si sbriciola verso la fine quando succede di tutto e pure troppo, tanto che ho abbassato lo sguardo sulle scene più cruente.
Se avete tempo, leggetevi qualche recensione. In molti l’hanno demolito in maniera peraltro divertita, ma merito del film e del regista è di muovere le acque, troppo chete, del cinema.
È positivo che se ne parli per giorni, che lo si ricordi, che si tenti di rintracciare le vere motivazioni, che ci siano estimatori e detrattori, che lo si derida o lo si esalti.
Tra una marea di film inconsistenti, almeno un titolo su cui discutere.
(Facezie: un signore incrociato all’uscita della proiezione precedente mi ha chiesto se pioveva seguito da dei pochi confortanti “auguri” per il film; un silenzio imbarazzato del pubblico in sala sui titoli di coda; Davide ha detto “impressionante la scena della forbice, sembrava di vedere mia mamma che taglia le trippe”).
mercoledì, 20 maggio 2009
All’inizio era divertente cercare l’appartamento, infilare quattro appuntamenti il sabato mattina, trascrivere le impressioni, pensare cosa comprare all’Ikea, ma i giorni e i mesi sono volati via assieme all’entusiasmo, si sono accese le discussioni (io voglio il garage!, io voglio stare più vicino al centro!, non voglio le finestre che si affacciano sulla strada!, che schifo di zona!), le incazzature, i “basta ti prego non litighiamo”.
Arriva un momento in cui vuoi condividere qualcosa di più di un sabato con la persona che ami. Tutti a ripeterti “ti stancherai presto, è difficile occupare gli stessi spazi”, ma a te mancano i risvegli, le colazioni, i pranzi e le cene, un letto da occupare, la retrospettiva del martedì al cinema, parlarsi in faccia non più al telefono, le risate, le lacrime e tante altre cose.
Sei anni di telefonate, sei anni di andate e ritorni, più ore trascorse in auto che all’aria aperta. Dormire controvoglia a casa dell’altro, borse e valige, ogni volta dimentichi qualcosa “mi presti lo spazzolino? Cazzo fa freddo, non ho portato la giacca pesante! Ho dimenticato a casa tua il caricabatterie?”. Nel frattempo tutti attorno a te si muovono, neanche si fossero messi d’accordo per farti crepare d’invidia, e tu rimani fermo, nello stesso punto. C’è chi si sposa, chi firma il rogito, chi si trasferisce. La rabbia sale quando, per caso, vedi una ragazza e un ragazzo che vanno a gettare le immondizie insieme. Nel breve tragitto al cassonetto si danno pure un bacino, porco mondo!
Un consiglio: se decidete di vivere assieme, tuffatevi nel mercato immobiliare e cercate come dei forsennati. Sfruttate i primi tempi perché più passano i mesi, più le speranze si affievoliscono.
giovedì, 14 maggio 2009
“Ancor più grave è l’indifferenza riservata a Lezioni d’amore tratto dall’Animale morente, romanzo senile del grande Philip Roth.”, scrive Claudio Carabba nel Magazine.
Ho visto Elegy una ventina di giorni fa e mi sono dimenticata di scriverne. Anch’io quindi l’ho archiviato perché, pur essendo un buon film diretto da una bravissima regista, non lascia il segno ed è vittima di molti errori.
Innanzitutto il titolo, l’abbiamo detto tutti: tra Elegy (titolo originale del film) e L’animale morente (titolo del libro), si sono infilati i titolisti italiani che si divertono a scaricare carriole di letame sui titoli originali. Questi deficienti prediligono due vocaboli: “amore” e “matrimonio” per accalappiare l’attenzione. Tutto sommato funziona con chi conosce solo quelle due originali parole, di certo non convince gli uomini, i lettori del libro di Roth, quelli che leggono “Lezioni d’amore” e fanno penzolare la lingua di lato emettendo un bleahhh.
Non aiuta neanche il trailer che trasforma l’intera vicenda in una sordida storiaccia di gelosia e ossessione. Guardatevelo, sembra un thriller a basso costo, ma non è tutto.
Tolto il fatto che il libro non mi è piaciuto al tempo e non mi piacerà mai perché Roth chiude la vicenda pescando dal mazzo una carta banalissima da scrittore di mezza tacca, speravo in un guizzo finale e invece il film è fedele al romanzo. Quello che mi chiedo è: se la sceneggiatura è così “leale” perché hanno scelto Penelope Cruz (classe 1974) per interpretare una giovane studentessa ventiquattrenne? Nel libro, Consuela Castillo è una donna fatta e finita a quell’età, ma non si può pensare che basti un cerchietto e una frangetta per rendere la Cruz giovane. Regole del cinema, hanno imposto l’attrice direte voi, ma la Cruz è davvero fuori posto e sballa tutto il film.
Spiace che un progetto così debole sia stata affidato alla sorprendente regista Isabel Coixet che ce l’ha messa tutta per far la differenza (la trama non è delle più brillanti) e che è stata tanto intelligente da non concentrare l’attenzione sulle scene di sesso che nel libro abbondano.
Un consiglio: mettete da parte questo e recuperate “Le cose che non ti ho mai detto”, “A los que aman” ma soprattutto “La mia vita senza me” entrato di diritto tra i miei film preferiti.
E no, nonostante i titoli, non sono film da femmine.
martedì, 12 maggio 2009
Davide: Stasera cinema?
Pungola: Sì, cosa andiamo a vedere?
Davide: Star Trek!
Pungola: Cosa?!
Davide: Senti qua, Spock, scoperto il piano, tornerà anche lui indietro nel tempo per proteggere il suo miglior amico e si unirà con lo Spock del passato per salvare Kirk, e il futuro dell`universo.
Pungola: Aspetta Kirk è quello con le orecchie a punta?
Davide: No, quello è Spock...
...
...
sabato, 09 maggio 2009
Los girasoles ciegos, Spagna 2008 di J.L. Cuerda
sezione Concorso
Uno di quei film spagnoli che si spera non oltrepasseranno mai il confine. Pensate alle peggior fiction televisive...ecco, “Los girasoles ciegos” non è solo una di quelle, ma addirittura un film diretto da un regista che, a quanto leggo, ha fatto man bassa di premi.
Comunque qui parliamo di questa pellicola imperdibile ambientata ai tempi del franchismo dove Elena si barcamena tra un marito perseguitato politico che deve nascondersi in una nicchia, una figlia incinta che fugge con il fidanzato ricercato dalla polizia, il figlio Lorenzo e Salvador, un giovane diacono che vuole strapparle la gonnella.
Salvador ha la tipica faccia da sporcaccione con sguardo lubrico, infoiato si sfoga con un cuscino e poi corre dal superiore per incolpare la tentatrice Elena.
Sembra che banalizzi l’intera vicenda, ma è di questo che si tratta, del solito pretuccolo con le voglie. Bocciato alla grande.
Tandoori love, Svizzera/Germania/Austria 2008 di O. Paulus
sezione Concorso
Schermi d’Amore chiude la sezione Concorso con il botto. Se c’era un film su cui non avremmo scommesso una cicca, questo era proprio “Tandoori love”, un musical in stile Bollywood ambientato tra le montagne svizzere. È qui che Rajah, cuoco indiano al seguito di una diva che sta girando un film, incontra Sonja fidanzata con Markus.
Rajah è uno chef formidabile e viene assunto da Markus per lavorare all’Hirschen, caratteristica taverna del posto. L’indiano non ci penserà due volte, pianterà in asso l’intera produzione e si trasferirà all’Hirschen per conquistare il cuore della bella Sonja.
Come avrete capito è una commedia demenziale intervallata da serenata improvvisate in una corsia del supermercato e altre scenette esilaranti di questo genere ed è un esperimento perfettamente riuscito. Un applauso al regista Oliver Paulus.
Due parole sulla sezione Panorama quest’anno asciugata, ma che ha riservato qualche sorpresa e che tento di ricordare nonostante i film fossero proiettati dopo mezzanotte.
Le grand départ, Canada 2008 di C. Meunier
Meunier, celebre autore comico candese, conferma la sua verve in una commedia intelligente sugli “innamoramenti tardivi”. Jean Paul, fascinoso cinquantatreenne s’innamora della giovane Nathalie, molla la famiglia e si trasferisce da lei, ma moglie, figli e addirittura gli amici gli remano contro.
Riuscirà Jean Paul a rifarsi una vita?
Molto bravo il protagonista (Marc Messier) e anche gli interpreti secondari. Indovinata la figura dell’esperto che traccia un’analisi dell’iter amoroso e spiega al pubblico che, nonostante il gap generazionale, i rapporti di coppia di questo genere funzionano alla perfezione perché il più vecchio, prima o poi, schiatta (!). Da tener d’occhio questi canadesi.
Espion(s), Francia 2008 di N. Saada
Ritmi serrati e un certo fascino retrò, per questa storia di spionaggio: Vincent, addetto ai bagagli all’aeroporto, fruga nelle valigie assieme al collega che un giorno trova un esplosivo e ci rimane secco. Scoperto, per sottrarsi alla denuncia, accetta di collaborare con i servizi segreti per smascherare i traffici illeciti di un uomo d’affari e per avvicinarlo, il bersaglio sarà la moglie.
Un aggettivo? Convincente.