sabato, 30 giugno 2007
Qualche mese fa ho assistito a una scena che ha dell’incredibile.
Entro all’autogrill, mi fermo a guardare le pizze di Spizzico. Improvvisamente arriva una ragazza che prende le fette di pizza rimaste e le butta nel cestino.
Nooo! La pizza di Spizzico non è eccelsa, però vederla buttare così, è stato uno shock.
Io non conosco “i tempi di sosta” delle pizze, se dopo un tot debbano buttarle, ma è un vero spreco. Tralasciando i soliti bambini in Africa che muoiono di fame (scusate, ma non sopporto i cliché) e il pippone che questo è un chiaro segno del consumismo imperante, mi chiedo se si possa pensare a soluzioni alternative a questo spreco.
Tagliarle a pezzi offrendole gratis ai clienti dell’autogrill, tappezzare le buche in autostrada, donarle a qualche pazzo artista che creerà qualche opera pop-up-post-art, qualsiasi cosa pur di non buttare via le pizze. Posso capire i panini del mac donald’s (ci andavo pochissimo, ma dopo aver visto super size me non ci sono più andata) che contengono carne pertanto dopo un tot meglio buttarla, ma la pizza è tutta un’altra cosa.
Parlando di questo, mi sono ricordata della scena di ieri. Ero in giro per Padova (città in cui mi aspetto sempre che qualcuno mi rubi la borsa a bordo di un ciao o mi tagli la gola con un tappo di banda) e mi è passato accanto un tipo che camminava tutto scomposto con in mano un magnum al cioccolato bianco. Ne ha addentato un pezzo, l’ha buttato nel cestino poi e corso via.
Ecco, ho pensato, questa è di sicuro una bomba (la nuova frontiera del terrorismo in gelato) e sono corsa via pure io.
A volte mi pare che tra me e i matti non ci sia alcuna differenza.
venerdì, 29 giugno 2007
Oggi riflettevo sulle reunion, più nello specifico il ritorno delle Spice Girls, ma adesso che ci penso, i Take That e forse gli 883.
La trovo un fenomeno di una tristezza infinita. Sì, lo so che lo fanno per soldi, ma sono dell’opinione che certe cose dovrebbero rimanere un ricordo che non deve mai, mai essere riportato a galla. Per due semplici motivi: il primo perché nessuno sente la mancanza di questi gruppi, il secondo perché tutti invecchiamo e facciamo solo pena nel vano tentativo di apparire ventenni. E poi su, è tutto cambiato. A metà degli anni novanta l’abbigliamento bislacco delle Spice Girls faceva sorridere, il baraccone che ne seguiva divertiva le teenager dell’epoca, perché la testa era un’altra, i gusti erano diversi. Solo le fan nostalgiche possono a loro volta riunirsi per rivedere queste trentenni. Victoria Beckham potrebbe rimanere tutto il giorno a casa a ingollare fagioli con il marito che ha, Melanie Chisholm con quella vocina stridula ha da sempre una carriera da pescivendola assicurata ma non lo vuole ammettere, Geri Halliwell è invecchiata da morire, Emma Bunton è sempre brutta e Melanie Brown è irriconoscibile.
Inoltre, si sa, erano band formate a tavolino, non era gente cresciuta assieme che dal garage di casa aveva fatto il grande salto nel mondo della musica. Si metteva un annuncio, si radunavano quattro o
cinque persone, si studiava il look, qualcuno scriveva per loro testi di dubbio significato, le qualità vocali non erano contemplate e si facevano un fracco di soldi.
Quindi era ovvio che fossero gruppi destinati a sciogliersi dopo qualche album e ricordiamoci che le Spice Girls hanno venduto 55 milioni di dischi, mica cotica.
Oltretutto questo fantomatico Reunion Tour è una cazzata colossale, ma ve le vedete queste cinque carampane cantare Wannabe sul palco?
Non si può riaccendere un petardo scoppiato.
giovedì, 28 giugno 2007
Il personaggio di oggi è Raoul Bova

Caro Raoul,
mi è giunta voce che sarai protagonista del film tratto dall’ultimo libro di quell’inutile imbrattacarte di Moccia. Dimmi la verità Raoul, ti sei bevuto il cervello? Non so se ti rendi realmente conto di cosa hai fatto. Non ti ho mai apprezzato molto, ma ti ritengo, anzi ritenevo (meglio parlare al passato) un attore discretamente serio. Sappi che con questa ultima cazzata non sei scivolato su una buccia di banana, ma ti sei impantanato in una vasca di guano.
Hai dimenticato il cervello sulle spiagge del Piccolo grande amore? Oh santo cielo Raoul, provo pena per te, per un uomo che ha accettato di grattare il fondo del bidone della spazzatura pur di guadagnare del vil danaro! Ah! Io non capisco la tua categoria. Con il lavoro che fai avrai messo via quattro spicci da parte, non navighi in difficoltà finanziarie e ricordiamolo non sei più un ragazzetto che per farsi spazio nel mondo dello spettacolo deve accettare quello che capita, quindi mi chiedo perché mai tu abbia accettato di fare quel benedetto film.
Mi dispiace dirti che tu non puoi fare niente per uscire dalla terribile, terribile situazione in cui ti sei cacciato.
Hai preferito i soldi alla dignità? Preparati a diventare un moccioso anche tu.
Addio caro
pungola
mercoledì, 27 giugno 2007
Io ho questo problema (oltre a molti altri) ossia non riesco a dormire con la luce spenta.
Sì, concordo con voi: è una paura stupida e infantile, me ne vergogno, ma non so che farci.
M’interrogo spesso sulle cause scatenanti di questa paura perché io non ho dormito sempre con la luce accesa. Un giorno mi ha assalito questa paura del buio, così dal nulla. La notte prima luce spenta, la notte dopo l’assoluto bisogno della luce accesa.
Oltretutto mi sono accorta di avere un sensore interno, se la luce si spegne, io mi sveglio all’istante. Ieri notte ad esempio, saranno state le tre, mi sono svegliata in preda al panico.
Ero completamente immersa nel buio, solo una lama di luce proiettata dal lampione di fronte casa mia entrava dal balcone socchiuso.
Mi sono alzata dal letto e ho premuto più e più volte l’interruttore, niente la lampadina era andata.
Nella nebbia comatosa del sonno sono andata nel pallone: oh dio, ho pensato, e adesso che faccio?
Ho aperto la porta, mi sono guardata attorno e ho svitato la lampadina in corridoio.
Sono salita sul materasso con l’equilibrio precario di un balordo su una fune sospesa e ho sostituito la lampadina rotta.
Mi sono distesa a letto sicura che avrei dormito, invece no! Non so come sia successo, ma proprio quando mi stavo assopendo la luce s’è spenta di nuovo! Ma insomma non è possibile!
Non c’erano più lampadine. Va tutto bene, mi sono ripetuta mentalmente, non devi far altro che rilassarti e riuscirai a dormire anche con la luce spenta.
Io ci ho provato, ma vedete, ogni volta mi sembra che il buio diventi più buio, che le ombre si allunghino, mi pare di precipitare nell’oscurità più nera che c’è e anche se conosco la posizione della scrivania, della sedia, della libreria, dell’armadio, mi pare di non vederli, mi sembra che scompaiano.
Così non ho potuto far altro che cercare la luce da tavolo e abituarmi a quel fioco bagliore che perlomeno rischiarava la mia stanza.
Le ho provate tutte: luce da bambini, stelle sul soffitto che s’illuminano, porta socchiusa, orsetto sotto il braccio; ogni volta è un buco nell’acqua.
L’unica soluzione al problema sarebbe dormire ogni notte con qualcuno perché mi sono accorta che quando una persona dorme nella stessa stanza con me, io non ho bisogno della luce accesa.
Vallo a trovare tu, un uomo, che dorme ogni notte con te.
lunedì, 25 giugno 2007
Incredibile ma vero, pungola ce l’ha fatta!
Smetto di parlare in terza persona, via. Ho trascorso il fine settimana in Alta Val Venosta, a confine con Austria e Svizzera, più precisamente a S.Valentino alla muta. A due passi il lago di Resia con il famoso campanile che spunta dall’acqua.
È semplicemente un posto incantevole che consiglio. Per chi desidera la tranquillità è ottimo, per chi ama la montagna è l’ideale. Tralasciando il linguaggio da guida turistica, sabato è stata una giornate epocale. Sono partita la mattina presto dopo un’abbondante colazione (incredibile cosa io riesca ad ingurgitare servendomi al buffet ogni volta che vado in albergo), alla volta del rifugio Pio XI, quota 2557 metri.
Ecco, una persona di buon senso con un minimo di ragione che conosca la sue condizioni fisiche (pessime) evita d’intraprendere un cammino di 2 ore e 20 (ma io ci ho messo molto di più) con un dislivello di 600 metri! C’è un dettaglio non trascurabile: io, essenzialmente, sono un sacco di patate, come gentilmente mi fa notare da anni mio padre. Da un po’ di tempo corro due volte la settimana, ma dopo aver percorso, diciamo, 300 metri, mi sento girare la testa, mi manca il respiro, mi devo fermare.
Anche se sono giovane e non ho di certo le fattezze di un barile ambulante, non ho fiato.
Nonostante questo non ho mollato, anche quando sapevo bene che se fossi caduta dal sentiero a strapiombo sarei morta, anche quando a un certo punto sentivo che ci avrei lasciato le penne, anche quando il vento gelido mi faceva rabbrividire. Spesso la testardaggine mista a follia ti porta a fare delle cose che mai avresti detto saresti riuscito a fare.
Ho fatto veramente tanta fatica, ma voi non potete capire la soddisfazione che ho provato quando sono arrivata al rifugio, mi sono seduta su una panca di legno, una tazza the caldo in mano e lo sguardo rivolto alle nevi della Palla Bianca.
Non ho mai visto niente di così bello in vita mia, bello da non sembrar vero, di una bellezza che non ha definizione, che non puoi confrontare con nessun’altra cosa vista.
Mi spiace non essere in grado di descrivere lo spettacolo che si è presentato ai miei occhi, forse le parole giuste non esistono, non le hanno inventate ancora, non le inventeranno mai.
Al ritorno mi sono girata spesso indietro pensando che lasciavo alle mie spalle l’emozione più forte della mia vita, ma che non avrei mai dimenticato.
P.S. Se non vi fa ridere pensare alla sottoscritta intabarrata in felpe e giacche a vento che riesce a scottarsi il dorso della mano, immaginatevela mentre si fa togliere dal fido moroso una scheggia di legno conficcatasi nella chiappa. Capitano tutte a me.


giovedì, 21 giugno 2007
Ieri ho scoperto che la nutria ha le zampe palmate, no dico: la nutria ha le zampe palmate.
Sfogliavo l’ultimo numero di National Geographic e in un articolo che preannunciava i devastanti effetti dei cambiamenti climatici, faceva capolino una nutria, con i suoi baffi e le sue zampe palmate e io non sapevo che la nutria avesse le zampe palmate.
Visto che fondamentalmente siamo tutti ignoranti, se non sapete cosa sia di preciso una nutria, rispolvero per l’occasione l’enciclopedia illustrata degli animali che giace tra i miei scaffali.
Vediamo un po’...dunque nutria, eccola qua tra cincillà e affini…che simpatico animaletto!
Nome: Nutria, Miopotamo, Coipu, Myocastor corpus
Diffusione: dalla Bolivia e dal Brasile meridionale sino al Cile (pensate che sono arrivate fino al nord Italia, incredibile!)
Habitat: presso paludi, laghi, fiumi.
Taglia: corpo, 43-63 cm; coda 25-42 cm.
Noto anche come castorino, è un animale semiacquatico che nuota e si tuffa agilmente: sembra un castoro con la coda di un topo. (A questo proposito ricordo, è storia vera, che anni fa qualcuno aveva avviato un florido allevamento di nutrie proprio perché simili al castoro e quindi adatte per confezionare pellicce).
Ha zampe posteriori palmate e coperte di denso pelo.
La nutria si ciba di vegetazione acquatica, forse anche di molluschi; scava la sua tana negli argini, traccia piste sul territorio e causa danni ai coltivatori.
Esemplari sfuggiti da allevamenti (visto?) hanno colonizzato nuove aree un po’ in tutto il mondo e a volte sono considerati dannosi alle colture.
Scusate la descrizione magari noiosa, ma assolutamente necessaria.
La scoperta delle zampe palmate della nutria mi ha gettato nello sconforto.
Ci voleva poco, direte voi. Se la nutria somiglia al castoro e il castoro ha le zampe palmate, anche la nutria le avrà.
Eppure quando penso alle zampe palmate mi viene in mente una paperella, non un castoro, perché?
A parte questo, c’è una riflessione da fare (e parte il pippone mentale, cambio blog valè).
I casi sono tre:
1 – Il mio cervello mantiene volutamente una sorta di velo su alcune cose, mi spiego.
Io conoscevo la nutria, non nel senso – Ciao nutria, come butta a pelliccia? -, conoscevo l’animale, spesso citato per le sue dimensioni – Uè, ho mangiato come una nutria, sei grosso come una nutria -. Immaginavo l’aspetto di una nutria, conoscevo il soprannome, castorino, ma il mio cervello non era arrivato ad associare la nutria, un topone, all’immagine di un castoro, quindi zampe palmate.
Tra l’altro, il mio ragazzo, tornato da una spedizione fotografica (pare sia andato nella foresta del Borneo, in verità ha perlustrato i campi vicino casa sua) mi ha detto: - Oggi ho visto nel fiume un ratto che navigava -. Tralasciando il fatto che la parola “ratto” accompagnata a “navigava”, mi fa molto ridere, io ho pensato al ratto che movendo freneticamente le zampette, cercava di raggiungere la riva.
In questo caso si potrebbe trattare di astuti oscuramenti causati dal mio cervello per sorprendermi al momento della verità: - Ma dai, vuoi dirmi che…no, non ci credo, la nutria ha le zampe palmate...pensa…ma…-, e via dicendo. In questo modo posso occupare la mia giornata con questo meraviglioso pensiero.
2 – Non sono in grado di fare collegamenti. Sono talmente stupida che non ci arrivo: nutria – castoro – zampe palmate.
Ipotesi di cui tener conto dato che fin da bambina non so cosa sia la logica e non distinguo la destra dalla sinistra.
3 – Non pensiamo mai attentamente alle cose. Una nutria è un topo, stop. Assomiglia a un castoro, stop. Vabbè. Non scandagliamo la realtà, rimaniamo spettatori, non c’interroghiamo, siamo pigri mentalmente, non siamo curiosi della vita.
Guardo un po’ che riflessione è uscita dalla nutria con le zampe palmate…
mercoledì, 20 giugno 2007
Se siete di Padova o dintorni e avete tempo, vi consiglio una serie d’incontri che si tiene al Giardino di Palazzo Zuckermann.
L’iniziativa si chiama “Lo scaffale degli scrittori”. Nella prima parte “Inediti d’autore” conclusasi a maggio, ma che riprenderà a settembre, venivano invitati alcuni scrittori (Villalta, Nove, Scarpa e Ravera) a leggere alcuni testi inediti.
Lidia Ravera, ad esempio, ha letto al pubblico un bel racconto inedito e ha parlato della sua attività di scrittrice.
Ieri pomeriggio (martedì 19) si teneva la seconda sezione degli incontri ossia “La biblioteca domestica”, una sorta di incursione nella biblioteca degli scrittori per conoscere i libri che più hanno amato.
Ospite dell’incontro lo scrittore Ugo Riccarelli (Le scarpe appese al cuore, Un uomo che forse si chiamava Schulz, Il dolore perfetto, Un mare di nulla, Pensieri crudeli).
Signore simpatico Ugo Riccarelli. Il viso incorniciato da tondi occhiali rossi, un ometto (non voglio di certo sminuirlo con questo termine) gentile e disponibile.
Ammetto la mia ignoranza: non lo conoscevo. Anche se faccio tappa settimanale in libreria, non guardo le novità editoriali, né m’interesso agli scrittori italiani, solitamente mi dirigo verso i classici stranieri. Devo ammettere che il breve passo tratto da Un mare di nulla, letto ieri sera, mi ha colpito e mi ha fatto venir voglia di leggere subito il libro.
Durante l’incontro si è creata una piacevole atmosfera tra lo scrittore e il pubblico. Le parole sono scivolate delicatamente per quasi due ore nel bel giardino di palazzo Zuckermann.
Riccarelli ha ricordato letture d’infanzia e gioventù, ha spiegato in che modo si è avvicinato alla lettura, ha citato dei testi interessanti e semisconosciuti.
L’incontro è stato condotto egregiamente da Paolo di Paolo a sua volta scrittore, un ragazzo molto preparato, che si esprime perfettamente; ha posto domande mirate, ha presentato Riccarelli a chi non lo conosceva, ha arricchito il colloquio di spunti insoliti.
Anche a lui va il merito di un incontro riuscito e molto interessante, mai noioso.
Ai prossimi incontri che si tengono alle ore 18.00 interverranno:
martedì 26 giugno Antonio Debenedetti
mercoledì 4 luglio Dacia Maraini
giovedì 5 luglio Federico Moccia, che chi mi legge lo sa, detesto profondamente, ma al cui incontro, se posso, parteciperò, per capire quale tipo di letture l’imbrattacarte possa aver fatto (ipotizzo Cioè, niente di più).
Informazioni dettagliate su http://padovacultura.padovanet.it
mercoledì, 20 giugno 2007
Da sabato ho dei problemi tecnici che vanno ad aggiungersi alla valangata di difficoltà in cui sguazzo, qui nella valle del nulla.
Non voglio mandare in vacca il blog e ci tengo a pubblicare un post al giorno, anche se il mio pc è fuggito verso altri lidi e mi ha abbandonato. Vivo avvolta tra spirali di fuoco (viste le temperature), impossibilitata ad inviare i miei post. Ora ci provo, speriamo giungano a destinazione.
In caso contrario mi affiderò al mio piccione di fiducia che si chiama Povia (il criceto, ragazzi, è schiattato e non parlo solo di quello virtuale che velocizzava la connessione, ma di quello vero, in pelliccia, povero).
Fortunatamente c’è qualcuno che ha pensato bene di prestarmi un portatile, grazie.
lunedì, 18 giugno 2007
C’è...sai che c’è? C’è che mi sono stufata. Le cose non vanno mai e dico mai, come devono andare. Sono stanca della ruota che per me non gira. Questa stramaledetta ruota che rimane fissa, immobile sempre lì, sempre su un punto e non si smuove, ti assicuro non si smuove.
Ho provato a darle una spinta, ho tentato in tutti i modi, niente.
Mentre gli altri avanzano con le loro belle ruote in grado di percorrere chilometri, oltretutto in discesa, io sono qui che tento, ogni giorno, di far funzionare la mia.
A volte mi sembra di cogliere dei movimenti impercettibili, mi sembra che la ruota si muova, ma è pura illusione, il tutto svanisce in un soffio.
Sono stanca, vorrei arrendermi e lasciare la ruota al suo destino, ma...non posso.
Il destino della ruota è il mio destino o forse, la ruota e il destino sono la stessa cosa.
Bof...non so.
giovedì, 14 giugno 2007
Così mi piace, bravi ragazzi! Questo curioso oggetto che vedete è un apricarrello, una sorta di portachiavi con una moneta che serve appunto per aprire il carrello. Basta con la ricerca spasmodica della monetina da 1€, 2€, basta con le donne che frugano nella borsa e che in preda all’isterismo rovesciano il contenuto per terra, basta con i portafogli straripanti di metallo che creano un bozzo sul sedere degli uomini, basta!
È la prima volta che vedo questo oggettino e probabilmente è cosa vecchia, ma dovete sapere, carissimi lettori, che qui dove abito, nella città del nulla, di coop ce n’è una, mentre in Toscana ne ho viste tantissime.
Rigirando tra le mani questo simpatico apricarrello, mi sovviene un episodio da denuncia e ribadisco da denuncia.
Dunque, mi trovavo all’Auchan in compagnia del mio partner (senti come suona serio partner) e appollaiati come avvoltoi accanto ai carrelli, sprovvisti di moneta da 2€ o 1€ non ricordo, attendevamo che qualcuno ci cedesse il carrello. Arriva un vecchietto, un dolce, fragile e amabile vecchietto che ci cede volentieri il suo carrello. Consegniamo nelle mani tremolanti del vecchietto la cifra corrispondenti in monete da 50 cent. Felici, ci allontaniamo.
Terminata la spesa, torniamo a depositare il carrello e con orrore e raccapriccio notiamo che la moneta inserita nel carrello, appartiene al vecchio conio, ossia 500 misere lire.
Nooo! Ripeto: nooo! Il vecchietto ci ha gabbati, così come se niente fosse e noi polli ci siamo caduti. Ma chi poteva immaginare? Ohibò, il vecchietto è da sempre sinonimo di garanzia.
Mesti, torniamo a casa, con il pensiero che neanche dei nostri padri ci si può più fidare.