sabato, 29 settembre 2007
Non dirlo a nessuno, shhh. Shhh. Shhh. Hai capito? Shhh.
Forse e dico forse, forse, forse, andrò a Parigi. In effetti ho già comprato i biglietti, ma non sono sicura che partirò. Non perché non voglia partire, ma devi sapere che c’è una bizzarra maledizione che mi perseguita da tutta la vita. Quando annuncio che andrò in un posto, farò una determinata cosa, di solito capita che per uno stupidissimo scherzo del destino io non ci vada o non faccia quella cosa. Quindi anche se ho una voglia matta di dire a tutti che andrò a Parigi devo impormi di stare zitta. Ma a te lo dico, sperando che la maledizione non s’abbatta per l’ennesima volta.
Oltre a questa maledetta maledizione, mi sento in colpa. Non è giusto che io vada a Parigi e tu stia a casa. Ti assicuro che io non merito proprio di andare a Parigi e tutto questo sarà affermato con terribile ferocia da mia madre che invece di gioire, dirà: “Ci dovrei andare io a Parigi, non tu!”. Per questo non ho ancora comunicato la mia partenza.
Si tratta di una settimana, totalmente pagata di tasca mia, ospite a casa di amici. Oltretutto non ho trovato nessuno che mi accompagnerà all’aeroporto quindi toccherà pure pagare il parcheggio.
Compagno di viaggio sarà quella buon’anima del mio ragazzo a cui voglio tanto bene.
Essere oppressi costantemente dal senso di colpa è una gran brutta cosa. Non si vive bene.
Inizi pian piano a sentirti in colpa per tutto, dal cioccolatino che non dovevi mangiare fino a che non ti godi più assolutamente niente.
Cavolo – dirai – vai a Parigi, mica cotica! Eppure, un lieve fastidio che si fa via via insopportabile, non mi permette di gioire per questa straordinaria possibilità (prima volta all’estero, prima volta in aereo).
Vorrei essere come te che prendi e che te ne vai, che te ne freghi, che sei orgoglioso delle tue scelte, che non ti senti giudicato costantemente.
giovedì, 27 settembre 2007
Anch’io sono stata alla Biennale, sabato scorso per l’esattezza.
Qualcuno che non si fida del mio senso dell’orientamento pensava che non saremmo mai arrivati ai Giardini seguendo la scorciatoia che io avevo suggerito. Si sbagliava.
Devo dire che passeggiare ai Giardini è stato molto piacevole mentre per quanto riguarda la Biennale...mmm, poteva andare meglio. Mi è sembrato tutto molto omogeneo e soprattutto tutti fissati con questi inutili video, la forma più stupida e frettolosa di fare arte. I primi tre attirano la tua attenzione, poi diventano una persecuzione. A un certo punto ho iniziato a saltarli a piè pari perché entrare in quelle stanzette buie non m’interessava. Che poi, questi artisti, dovrebbero pensarci. Solo per arrivare ai Giardini che si trovano dall’altra parte di Venezia, seguendo il tuo fiuto non di certo le indicazioni per la Biennale che non esistono, c’impieghi un’ora e mezza. In pratica arrivi sfatto.
Dopo il salasso del biglietto d’ingresso, inizi a girare. Dentro e fuori, dentro e fuori perdi la cognizione del tempo, degli spazi e di certo non hai voglia di guardare ogni singolo video, dato che nel momento in cui tu entri, magari è già iniziato e devi aspettare che riparta.
Se poi decidete di spingervi fino all’Arsenale, ve lo dico chiaro e tondo: per voi è finita.
All’entrata dovrebbero appendere un bel cartello con scritto “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, ovvero non sperate di vedere qualcosa di minimamente notevole.
Una noiosa sfilza di opere pressoché tutte uguali che hanno come comune denominatore, cosa?
La guerra, la morte, il tema del momento! È giusto che l’artista sia testimone e portavoce della realtà, ma raggruppare opere simili oltretutto nello stesso ambiente è quanto di più sbagliato si possa fare. Genera noia, frustrazione e nervosismo.
Detto questo, il giretto ai Giardini fatevelo perché merita...magari quando non c’è la Biennale.
mercoledì, 26 settembre 2007
Il personaggio di oggi è Polly (il mio cane)
Cara Polly,
certa che non leggerai questa lettera (d’altronde non ti ho ancora insegnato a leggere), mi preme comunque comunicarti alcune cose.
La prima volta che ti ho vista ho capito subito che saresti stata il mio cane. Avevo aspettato ventidue lunghissimi anni prima d’incontrarti.
Eri nata da pochi giorni ed eri talmente piccola che il palmo della mia mano ti conteneva tutta.
La cosa più buffa di te erano le orecchie: talmente minuscole che sembrava si fossero staccate per caso dalla tua testolina.
Per mia ignoranza pensavo fossi un maschio, infatti scelsi per te il nome Platone. Non ho avuto alcun rimpianto nello scoprire che eri una femminuccia, anzi ne sono stata contenta.
Ti guardavo giocare con i tuoi fratelli e pensavo – non vedo l’ora di portarmela a casa -.
Mi sembrava che assomigliassi molto a me. Eri tranquilla, docile e pigrona, tanto che ho subito pensato – questa cagnetta non mi darà problemi – e invece mi sbagliavo.
L’apparenza inganna, perché tu non sei un cane, ma un caterpillar! Distruggi le mie ciabatte, rubi i rotoli di carta igienica, tormenti la mia gattina, buchi con quei dentini aguzzi i miei polpacci, mi scarnifichi le braccia e soprattutto mi disturbi la notte.
Giustamente quando decidi che è ora di svegliarsi (e tu lo fai indiscriminatamente) mi tormenti, dapprima appoggiando le tue zampette sul letto e quindi sulla mia faccia per poi tirare le coperte, strappare il materasso, mangiare il tappeto e sbattere il muso contro la porta.
Adesso mi hai fregato una ciabatta da sotto il naso, ho provato a inseguirti, ma ti sei dileguata in un battibaleno. Non penso che rivedrò la mia ciabatta. Addio ciabatta.
Domenica al parco mi avranno fermato come minimo cinquanta persone per accarezzarti e dirmi quanto eri bella e tu, tranquilla e affettuosa, ti facevi strapazzare da tutti. Peccato che quelle persone non avessero assaggiato i tuoi morsi letali.
Ho fiducia nel tempo. Spero che crescendo diventerai un pochino più buona. Spero.
La tua padroncina
pungola
lunedì, 24 settembre 2007
Ieri sfogliavo le pagine di una rivista quando con profondo raccapriccio vedo questa terribile immagine:

Ahhh! - grido inorridita. Mi stropiccio gli occhi convinta che sia un’allucinazione, mi pizzico il braccio, mi schiaffeggio ripetutamente per svegliarmi da questo brutto incubo. No. È realtà.
La Dole è impazzita. Bisogna essere pazzi per creare una simile pubblicità, talmente malfatta da far rivoltare le viscere, bruciare gli occhi, strappare il giornale a morsi.
Procediamo con l’analisi dell’immagine.
Sulla destra un nonno con faccia da psicopatico tiene tra le mani un phon che si va a collegare diosolosadove. Il phon sputa letteralmente un mandarino o (cerco di rientrare nella mente di quei scellerati pubblicitari) un mandarino allungato che dovrebbe essere una fiamma, presumo.
Ipotizzo che il nonno stia cercando di asciugare i capelli al nipotino, un drogato che avrà all’incirca sei anni.
Notiamo con rammarico che il bambino non ha le mani: probabilmente se le sarà vendute per comprarsi la dose. Ride sdentato e pare non accorgersi di quel tripudio di banane, ananas, mele e arance che gli vorticano attorno.
Io devo dire la verità: al primo impatto, ho avuto la netta sensazione che la frutta fosse stata ritagliata con la forbicina da unghie e incollata con la pritt. Se la Dole si fosse rivolta a un’esperta di decoupage, il risultato sarebbe stato sicuramente più apprezzabile.
Tra questo evidente schifo, l’immagine nasconde un mistero. Cos’è quella macchia nera accanto le gambe del nonno? Un sacco della spazzatura che sta ad indicare – questa pubblicità è da cassonetto? -. Chi lo sa, a completare l’opera, in alto, il bel energicamente sottolineato (!).
Più la guardo, più mi fa schifo.
giovedì, 20 settembre 2007
Devo mettermi in testa che domani saremo ufficialmente in autunno. Devo imparare a coprirmi di più perché fa freddo. Devo cercare la copertina di lana per la notte. Devo farmene una ragione: è finita l’estate.
Io, imperterrita, continuo a girare per casa con queste terribili infradito, mezze mangiucchiate da Polly, che rendono le mie estremità due blocchi di ghiaccio, eppure sono affezionate a queste vecchie, puzzolenti, infradito.
Mi ricordano il sole, il caldo, le lunghe giornate e quando le tolgo scopro con piacere l’unico segno tangibile dell’estate: un’invisibile striscia di pelle più chiara segna il mio piede. Infatti sono riuscita ad abbronzarmi solo sui piedi.
Come faccio a separarmi da loro? Non posso, mi sono state accanto per mesi e mesi e sento, dal profondo del cuore, che anche loro mi vogliono bene.
Mondo crudele.
venerdì, 14 settembre 2007
Non ti sei più fatta sentire ieri sera, che facevi?
Guardavo la tv, distrattamente.
E cosa facevi, attentamente?
Dormivo.
giovedì, 13 settembre 2007
Il personaggio di oggi è Romolo Bugaro
Carissimo Romolo,
ti odio, ti detesto, non ti sopporto. Ti chiederai il perché di tale accanimento. La risposta è semplice: tu. È la tua persona che mi irrita, che mi spinge ad odiarti con tutte le mie forze, che mi fa voltare gli occhi all’indietro quando scopro con profondo raccapriccio che tu sei lì dove andrò io.
Sì perché è inutile cercare d’evitarti, tu sei ovunque.
Sul retro della copertina di un libro di Dostoevskij, tra i finalisti del Campiello, sulle pagine dei giornali. Se la tua presenza si limitasse al territorio cartaceo, diciamo, riuscirei a sopportarlo. La tragedia è che spesso invadi l’aria che respiro con la tua presenza. Tu, in carne ed ossa, sei un flagello per i miei occhi, per non parlare di quando apri bocca. Quel tuo accento, quel muovere le labbra, quel modo di parlare ti rendono inascoltabile.
Sei il tipo da: ”E no, perché sai...” e non conosci altra parola all’infuori di “cifra” che ripeti ossessivamente, dieci, cento, mille volte durante le tue farneticazioni. Io non ho mai sentito una simile serie di parole prive di senso compiuto, pronunciate da bocca umana a una simile velocità.
Non parliamo poi di quel gesticolare inutile. Ti ravvii il ciuffo alla Sgarbi, rotei le mani nell’aria, allunghi le dita come per prendere qualcosa.
In occasione di una tua performance, alcune persone dopo pochi minuti del tuo inutile vociare si sono alzate e se ne sono andate.
Io sono rimasta ad ascoltarti e mentre sparavi concetti pescati chissà dove ho pensato:”Questo fa pure lo scrittore. Siamo messi bene.”
martedì, 11 settembre 2007
Desolante l’articolo apparso su Panorama n.36. L’approfondimento era dedicato alla cosiddetta “Compagnia del Campiello”, una congrega d’industriali in cui chi sa qualcosa di letteratura è come il basilico nel sugo.
Si tratta di marketing associato alla cultura, che tristezza.
Eppure lo so che il marcio è ovunque, che è tutto pilotato, che circolano soldi a palate dietro questi eventi, solo che sbatterci il muso contro, si rivela sempre un trauma.
Che poi, pungola, prova a pensare: a cosa servono i premi letterari? A riconoscere il valore di un’opera? Non direi proprio. Il tutto si riduce a una fascetta da apporre sulla copertina del libro affinché se ne vendano più copie. Infatti quella fascetta rappresenta una garanzia per l’incauto lettore. Tipo la batteria di pentole di Mondialcasa.
I premi letterari, quindi, non servono altro che ad incrementare le vendite. Vendite uguale a soldi.
Cara pungola non ti angustiare quindi, tutto ritorna.
N.B. Mi rendo conto che questo post non è molto chiaro, si tratta di una riflessione quindi risulta confusa. Come diceva qualcuno, chi ha orecchi per intendere, intenda, gli altri in camper. Ah ah.
lunedì, 10 settembre 2007
Esterno giorno. Pungola decide di andare a mangiare l’ultimo gelato della stagione, dopo questo se ne riparlerà a giugno. Felice e contenta entra in gelateria, opta per il cono, gusta il gelato.
Non ne ha mangiato neanche metà, ma il suo ragazzo lo ha già finito. Si decide quindi di tornare verso casa, pungola terminerà il suo gelato in auto.
Il gelato si sposta dalla mano destra alla sinistra in modo che sia più agevole aprire la portiera, ma qualcosa va storto. Pungola non afferra adeguatamente la maniglia che le scivola e, nell’atto di riacchiappare la portiera, inclina il cono, non si sa come, di novanta gradi. A questo punto il gelato si spiaccica sulla macchina e cade miseramente a terra.
Pungola rimane con un frammento di cono in mano. Disperata, piange sbattendo forte la testa sul finestrino. Il suo ragazzo, conscio di stare con un impiastro e consapevole che numerose persone hanno seguito la scena, sgomma e se ne va.
domenica, 09 settembre 2007
Caro lettore,
prostrandomi ai tuoi piedi, ti chiedo umilmente scusa. Non ho assolto i miei doveri ossia produrre post affinché tu leggendoli possa allietare il tuo animo, allontanare i pensieri negativi dalla tua mente e, forse, emettere un suono a me caro detto risata.
Il mio comportamento è stato riprovevole. Per quanto riguarda agosto passi, ero in altri luoghi, ma non ci sono santi né madonne che tengano, diciamolo, questa settimana dovevo scrivere, mantenendo la puntualità che mi contraddistingue.
C’è un motivo se le cose sono andate così: sono completamente stordita.
Che io sia nata stordita te ne sarai accorto, ma così stordita come in questi giorni, mai.
Mi sembra di dovermi riprendere dal fuso orario Italia-Australia, di aver percorso il cammino di Santiago a carponi, di essere andata sul Machu Pichu di corsa, mi sembra di aver raggiunto la luna e poi di essere andata su Marte, Giove e Saturno.
Non so se tutto questo sia imputabile a Polly che non mi fa dormire la notte, al fatto di aver avuto ritmi sballati per quasi un mese o sia il preoccupante principio di un Alzeimer precoce.
Per farti capire, venerdì non mi sembrava fosse venerdì, ossia l’inizio del weekend e quando me ne sono resa conto era già sabato, oggi è domenica, domani è lunedì! Con i giorni della settimana ci siamo, con la testa proprio no.
Oltre a questo serio problema di spazio-tempo, non riesco ad accettare l’idea che l’estate sia finita. Mi sembra d’averne smarrito un pezzo per strada. Voglio andare al lago, in montagna e soprattutto al mare che ho visto solamente sfrecciare attraverso il finestrino di un treno.
Ieri sfogliavo una rivista e non vedevo altro che stivaletti, cardigan e soffici pullover.
Come se non bastasse ieri sera in pizzeria, improvvisamente l’autunno mi si è palesato di fronte assumendo le fattezze di una ragazza che portava stivali, jeans e maglioncino color prugna.
Io indossavo una t-shirt a maniche corte e pensavo –ma in che razza di dimensione sono finita?-.
Sì, perché l’unica spiegazione razionale é che io sia stata scaraventata in una dimensione alternativa dove il freddo avanza inesorabile, tappa i nasi e c’induce al cambio di stagione.
Forse da te, caro lettore, l’estate non è ancora finita.