mercoledì, 30 gennaio 2008
Reading reading...lettura. Chiamiamola lettura e non reading che qui siamo in Italia non all’estero.
Venerdì sera sono andata a una lettura in una libreria del centro. L’autore al centro dell’attenzione era Céline
, scrittore piuttosto complicato da quanto ho capito, il cui libro sosta da mesi nella mia lista dei desideri (libri da acquistare e da leggere).
Il problema non è tanto se hai letto o meno il libro, se avrai difficoltà nel seguire la lettura, il problema sta in chi legge.
Venerdì sera c’era un attore che leggeva, pardon interpretava, alcuni passi di Céline
.
A me piace la lettura “piatta”, non voglio l’interpretazione, invece quel benedetto attore strillava, assumeva dialetti improponibili spaziando dal russo, al toscano, al milanese, sembrava matto.
Mi spiace dirlo, ma, a un certo punto, un senso di nausea mi ha assalito.
Il brano era lunghissimo, con tutte quelle voci non si riusciva a seguire la trama, non si capiva niente, non ne potevo più ed era la prima volta che mi capitava una cosa del genere.
Non seguivo più il senso delle parole, ma avevo gli occhi incollati sulle pagine che l’attore continuava a sfogliare senza fine.
Oltretutto le due persone che curavano l’incontro non hanno pensato di presentare brevemente la trama, un accenno alla vicenda, il tema di Viaggio al termine della notte di Céline
.
No, questi reading non mi convincono per niente.
martedì, 29 gennaio 2008
Si fatica a comprendere l’arte moderna e, a volte, addirittura a vederla.
Sabato eravamo in un museo e ci aggiravamo dubbiosi tra le sale cercando di intravedere l’importanza del processo, dell’azione perché la centralità dell’opera è ormai superata.
Più interessati al trasporto delle installazioni che al significato (ma come fanno secondo te a trasportarle? Viene qui l’artista e impartisce ordini su come posizionare le cose, seguono una schema, mandano gli adepti del maestro? E questa la smontano?...), entriamo in una grande sala.
Incollate sulle pareti bianche delle lettere componevano un messaggio. Intenta a leggere, sento all’improvviso un rumore.
Tun!
“Oh cavolo...”
“Oh! Ma che hai fatto? Che hai fatto!”
“Scusa, non l’avevo vista...”
“Ma come hai fatto a non vederla!”
“É trasparente, per terra, al centro della sala, non l’ho vista! Aspetta che la metto apposto...”
“Fermo! Che fai? Hai rovinato un’opera d’arte, ti rendi conto?”
“Ma sì che non si vede neanche...basta spostarla un attimo...”
“Fermati! Sei matto! Andiamo via, presto!”
“Ho inciampato, ma non l’ho danneggiata! Ero preso dall’opera...”
“Via via!”
Alle mie spalle, una voce mi fa sussultare: “Allora?”
È la guardiana. Cazzo – penso – ci ha visti.
“Allora? Avete visto?”
Io non capisco a cosa si riferisce, ma annuisco e sorrido, movendomi impercettibilmente verso l’uscita.
“Guardatevi intorno, avete letto?”
“Ah, sì sì, certo.”
Sguscio via e vedo che la signora spiega a tutte le persone che entrano nella sala, l’opera. Non so perché e non voglio saperlo.
Inizio a ridere.
“Questa la devo raccontare! È proprio come nello sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo quando vanno al museo!”
Il problema di queste istallazioni è che sono sparse ovunque. Negli angoli bui, per terra, al centro della sala e mai un cartello con scritto “Non calpestare”.
Io lo metterei e scusi, Artista, se mio moroso le ha rovinato l’installazione.
lunedì, 28 gennaio 2008
Penosa (ah ah) la pubblicità sul preservativo in onda in questi giorni.
Stendendo un velo pietoso sui protagonisti (scusa, cara, dove hai trovato un relitto del genere?), non si può concludere lo spot con: “Per maggiori informazioni chiama il numero verde AIDS”.
venerdì, 25 gennaio 2008
In molti (in molti? Vabbè...) mi chiedono di recensire i libri che leggo.
Dato che io non so scrivere recensioni e non leggo i libri in uscita, mi limiterò a consigliarvi i libri che mi sono piaciuti di più, sperando che almeno questa rubrica resista (visto che tutte le altre le ho buttate nel cesso e tirato l’acqua).
Il libro della settimana è: Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina
Ah, questo è un libro da – piglio la macchina, il treno, la bici, il monopattino e vado a ringraziarlo -.
Cos’altro bisogna fare se non ringraziare Cristiano per averci regalato questa bellissima storia?
Questo non è un libro. Questo è un piccolo mondo dove la vita ha senso e significato, dove succedono cose piccole ma importantissime.
Siamo a Casola in provincia di Ravenna e un gruppetto di tredicenni si prepara per il Campionato Provinciale Esordienti, Stagione 1985/86. Aspettano con ansia la finale dove non si giocherà solamente la partita più importante del campionato ma si capirà che, a volte, due più due fa cinque.
I nomi dei personaggi sono un invito alla lettura: il Ragno della Storta, la Bomba, il Grande Poggio, Donna Nuda. Ognuno ha il suo posto in questa storia, ognuno è lì per un preciso motivo, per farci capire qualcosa, per farci riflettere. Man mano che andiamo avanti nella lettura, scopriamo la storia di ogni personaggio fino ad accorgerci che è anche la storia di ognuno di noi.
Cristiano è talmente bravo a trasportare il lettore all’interno della vicenda che pare di essere lì a bordo campo, vederli giocare e non si può fare a meno di tifare per loro.
La nostalgia per un periodo felice ormai andato non è quella di un ragazzino divenuto uomo, ma di un ragazzino rimasto ragazzino. Le pagine ci restituiscono non le immagini, bensì gli occhi di chi non ha mai smesso di guardare le cose non per quello che appaiono, ma per quello che sono.
Questo libro piacerà moltissimo a chi in passato giocava a calcio, dietro casa o nel campetto di ghiaia vicino alla chiesa. Riporterà a galla ricordi dimenticati, ma, secondo me, piacerà a tutti.
Sono una ragazza e penso di aver tirato un calcio a un pallone una volta, forse per sbaglio, ma ringrazio Cristiano per avermi regalato circa 200 pagine di felicità e un’infanzia un po’ più felice.
“Ovviamente nessuno di noi sapeva cos’era di preciso la vita, però una qualche idea ce l’eravamo fatta lo stesso.
Un po’ la conoscevamo.
Aveva dodici tacchetti appuntiti per scarpa, e se non eri svelto a passare la palla al compagno smarcato, ti faceva secca la caviglia.”
(Un’ultima stagione da esordienti, Cristiano Cavina, Marcos y Marcos, 2006)
venerdì, 18 gennaio 2008
Poco prima di Natale ho letto sul blog dei sognatori un post sconcertante. Una promotrice editoriale spiegava che le vetrine delle librerie sono a pagamento perciò basta che l’editore paghi per avere i suoi libri in bella vista.
Ho pensato – guarda te che schifo! – mai poi mi sono resa conto che è stato sempre così, bastava guardare.
Io ho un paio di librerie che frequento abitualmente oltre ai mercatini dell’usato e si tratta di piccole librerie con fondi di magazzino, vecchie edizioni a metà prezzo, quindi solitamente la vetrina non la guardo neanche perché so che spulciando qua e là trovo sempre qualcosa.
Io leggo quasi esclusivamente “roba vecchia” (classici) come direbbe qualcuno e raramente prendo in mano una novità editoriale.
Nonostante questo conosco i libri in uscita perché mi capita qua e là di leggerne la recensione su giornali e ascoltare programmi radio.
Qualche volta entro nelle grandi librerie e buttando l’occhio qua e là, noto che i titoli sono sempre quelli. Di solito prendo la situazione come un dato di fatto, sbuffo ed esco.
Il fatto è che quando sei dentro le cose non ti accorgi delle cose che ti stanno intorno perché sei una sorta di ruota dell’ingranaggio. Tu giri e tutto gira intorno a te (oddio pare una pubblicità), capite?
Non ti viene naturale chiederti perché i libri in vetrina sono sempre i soliti tre, perché ci sono pile e pile dei soliti libri. Vedi ma non guardi.
Questo fenomeno non riguarda solo i libri ma anche tutto il resto.
C’è un meccanismo sotto ogni cosa e niente è casuale.
Per molti starò parlando di cose ovvie e risapute, ma mi ha sempre affascinato e anche un po’ terrorizzata il fatto di essere pedine mosse da altri, c’era una bella frase a proposito, siamo attori di una sceneggiatura già scritta, boh non ricordo.
Oltre a questo mi sono chiesta se sia meglio non saperle certe cose. Oddio, più informazioni si hanno, più si è consapevoli delle cose e meno disillusi, ma c’è da dire che spesso l’ignoranza è una morbida coperta che ci avvolge e ci preserva da tremende botte sui denti.
Chi lo sa, chi lo sa...
venerdì, 18 gennaio 2008
Segnalo la seconda edizione di “Un sogno dentro un sogno”, concorso letterario organizzato dalla casa editrice I sognatori.
Perché ne parlo? Ne parlo perché è diverso da tutti gli altri ai quali ho partecipato.
Innanzitutto la quota di partecipazione vi permette di ricevere a casa un libro scelto dal loro catalogo, quindi non buttate all’aria 20€, ma molti di meno e avete un libro tra le mani. La trovo un’idea rivoluzionaria.
I racconti premiati non finiscono disolosadove, ma vengono pubblicati in una raccolta. Per uno che scrive vedere il proprio racconto stampato è una gran soddisfazione.
Infine gli organizzatori sono persone gentili, chiare e disponibili e non lo dico per fare la cosiddetta “marchetta” o nel caso partecipassi per "ingraziarmeli". Lo dico perché è vero.
mercoledì, 16 gennaio 2008
(Pungola si osserva compiaciuta) Caspita, da quando sono in dieta, corro, cammino e vado in montagna, hai visto che belle gambe? Certo, non potranno mai essere lunghissime viste che madre natura non è stata magnanima con me...
Moroso: Bè, se è manzo, è manzo; se è pollo è pollo. Una bistecca non può diventare...
P.: Cosa?!
M.: Scusa per l’infelice paragone...
Pungola mormora qualcosa tra sé e sé, scuote la testa, guarda accigliata il moroso, allunga il passo, tace.
M.: Non ti sarai mica arrabbiata?
P.: Taci!
M.: Ehi!
P.: Ma ti rendi conto?! Pollo, manzo?! Cosa vorresti dire?!
Maschi italiani fatevi sotto! Come diceva sempre una mia amica: Avanti, c’è posto!
martedì, 15 gennaio 2008
Per un abitante del mondo evoluto, (intendo delle più importanti città europee) soggiornare qui sarebbe un vero strazio. Occasione di svago poche e gente che non ti rivolge la parola manco a morire.
Sfortunatamente non ci è permesso vivere dove vorremmo e nel mio caso qui devo rimanere.
“Se non puoi vedere quello che non c’è, almeno guarda quello che c’è”, diceva un vecchio saggio e io seguo alla lettera questo prezioso insegnamento.
Oggi sono uscita per la consueta passeggiata con Polly, posticipandola di mezz’ora, tant’è che la stronzetta ha distrutto una pianta. É dispettosa e fastidiosa.
...
(Dopo aver bevuto un infuso alla camomilla, vaniglia e miele, pungola crolla sul portatile. Dorme per circa un’oretta, al risveglio le pare di essere tornata dal regno dei morti. Non berrà mai più quell’infuso in ore pomeridiane).
...
Se non riceve attenzione, inizia a mangiucchiare il bissobao, (quel salame paraspifferi che si mette davanti la porta), mi ruba le ciabatte, mi morde, ne combina di tutti i colori.
É snervante perché non ti lascia in pace un momento e ho capito che la differenza tra Polly e un marmocchio rompicoglioni è poca.
Dicevo per l’appunto che oggi, mentre passeggiavo, ho visto avvicinarsi a velocità supersonica un bimbetto in preda a una follia suicida che si lanciava contromano sulla strada in sella alla sua bicicletta. La stabilità delle rotelle posteriori gli permetteva di correre ancora più veloce e zigzagando stavo per incrociare un furgoncino che viaggiava spedito.
Il nonno, in preda al panico, tentava di raggiungere l’infante e le rotule facevano capodanno.
Il bambino, sfortunatamente, non è andato incontro al suo destino e si è smaltato contro un muretto, evitando il fatale impatto.
Dopo un tempo considerevole, il nonno è arrivato in soccorso del bambino, l’ha duramente sgridato e quello ha ripreso a pedalare ancora più forte di prima.
Bambino:”Nonno, nonno! Prendimi!”
Nonno:”Puff...pant...ah...aspetta...ah...non riesco a correre così forteee...
Io che assistevo divertita alla scena, speravo che almeno il nonno tirasse le cuoia.
Il tracollo era vicino: i bianchi capelli del vecchio scompigliati, la mano sul fianco, le gambe di gelatina, il bambino che gridava e a momenti andava a finire in un fosso...e invece niente.
Il nonno ha retto la fatica, il bambino ha evitato tutte le trappole mortali, Polly ed io siamo tornate verso casa.
Cavolo - ho pensato – guarda un po’ qui che azione, che movimento!
Ti ricordi quella volta che a Parigi stavano girando una scena di un film in un cimitero o quel fotografo che aveva bloccato il traffico per immortalare una modella? Ah! Niente a confronto!
N.B. Le associazioni mentali in questo post sono molte. In modo che anche voi possiate comprendere il senso di quanto scritto, elenco qui di seguito le più importanti: Polly pestifera – bambino pestifero – i miei giorni qui – i miei giorni a Parigi – la noia – lo spasso – la morte (ma di questo ultimo argomento parlerò nel prossimo post).
Sto ascoltando: Wishbone Ash - Argus
venerdì, 11 gennaio 2008


Le cacche dei cani, oh scusate deiezioni, sono intollerabili sia sui marciapiedi, sia sull’erba che costeggia la strada che abitualmente percorro con Polly (per gli amici Punis).
Una tempo qui era tutta campagna e non si fa per dire. Davanti a casa mia si estendevano ettari di terra brulla o coltivata, teatro d’indimenticabili pomeriggio di giochi.
La situazione ora è cambiata. Casette a schiera coprono l’orizzonte e i campi rimasti sono “picchettati”, dei futuri cantieri per intenderci.
Dunque dicevo che nel verde rimasto i cani defecano ovunque. Polly spesso vuole trascinarmi in quel gabinetto a cielo aperto e io dico – no grazie, magari la prossima volta – pensando che il cane poi si lancerà sul mio letto per schiacciare il pisolino post passeggiata.
Niente paura, le sto insegnando a pulirsi le zampette sullo zerbino prima di entrare in casa.
Ad ogni modo dicevo che queste cacche fanno veramente schifo. In tempi lontani pensavo - anche se il cane lorda l’erba poco importa, è tutto biodegradabile -.
In seguito, quando portavo a passeggio Fidel, chissà perché, mi vergognavo se faceva la cacca. Alcune volte l’ho addirittura trascinato via, allungando il passo verso casa. Che crudeltà.
Da quando scorrazzo con Polly e bene o male percorro ogni giorno lo stesso tragitto, mi accorgo che una cacca non si nota ma decine e decine di cacche sono un’orrenda visione.
Sarebbe ora di raccoglierle in città e in campagna, al mare e in montagna e anche al lago.
E poi non dite che non vi ho avvisato. Fagocitati dalle cacche dei nostri amati fido bau. Pensateci.
Sto ascoltando: Sigur Ross – Takk...
giovedì, 10 gennaio 2008
Nelle mie notti insonni ho ripreso un’antica abitudine: ascoltare la radio.
Ascoltare i programmi radiofonici notturni è un’esperienza che consiglio a tutti.
Personalmente preferisco le trasmissioni in cui qualcuno parla e quindi passo le ore a scivolare sulla rotellina alla ricerca di stazioni e voci umane.
A volte mi rendo conto che se inserissero i latrati di un cane, i barriti di un elefante o il muggire di una vacca sarebbe molto meglio.
Ieri notte sono incappata in un programma assai bizzarro. La conduttrice, una ragazza che ha più o meno la mia voce (quindi potrebbe benissimo doppiare i cartoni animati) riceveva telefonate da psicolabili alquanto alticci con l’aggravante di essere segaioli. Il nome della conduttrice, Deborah, forse scatenava gli istinti mai sopiti di coloro che pensano che con una “Deborah con l’acca” si possa far di tutto. Vabbè.
Non ho capito l’argomento della serata dato che sono arrivata a discussione iniziata, so solo che c’era uno strano Piero che parlava esattamente come il mio parrucchiere (ultima conversazione avvenuta tra di noi: “Vedrai con questa frangetta sarai una gnocca in disco” “Sì bravo, hai capito tutto di me, io in disco non ci vado da quando avevo 16 anni).
“Piero cerca donna” come amava definirsi, straparlava. Citava Platone, diceva di aver capito tutto della vita leggendo Topolino, parlava di essere e non essere, ci provava con Deborah, lanciava appelli per trovare una donna visto che viveva da solo con delle vacche. Avrei tanto voluto trascrivere la conversazione per poi sottoporla al mio psicanalista, l’esimio dottor Patataro che sosta ogni sera sulla statale. Vende patatine fritte e panini con la porchetta ma è sola una copertura.
Il personaggio della telefonata seguente probabilmente aveva già chiamato. Un ubriaco che biascicava parole incomprensibili. Deborah pur abituata a sostenere conversazioni fuori dagli schemi, aveva perduto la bussola. Ancora frastornata dalla telefonata precedente continuava a ripetere Piero, Piero, Piero.
L’ultimo ascoltatore, uno che giustamente si chiedeva da dove avessero pescato ‘sta gente, ha chiuso il programma. Che peccato. In seguito ho trovato la replica del sole 24, Alessandro Cattelan che con voce stridula risultava odioso all’inverosimile, un dibattito sul satanismo, l’immancabile Radio Maria.
Radio Ciabatta rimane l’unica valida alternativa.
Sto ascoltando: The Traveling Wilburys - Collection