La quota che andava versata prima dell’inizio del corso era consistente. Non si trattava di milioni, ma per me, era una somma consistente. Ho riflettuto a lungo se parteciparvi o no, ma dato che il corso in questione veniva organizzato a scadenza regolare da anni e lo teneva un editor con tanto di referenze, ho pensato fosse una cosa valida.
Si trattava di una full immersion nella scrittura, quindi pochi incontri, ma molte ore.
I partecipanti erano tanti e lo sapevo, solo che la persona che organizzava il corso aveva pensato bene di allargare il giro e quindi c’erano più persone del previsto.
Non concentriamoci sul numero di partecipanti, il punto è un altro.
L’organizzatore del corso e chi lo teneva (due persone distinte in questo caso) volevano far passare per buona l’idea meccanica della scrittura, ossia l’ispirazione è tutta una finzione, l’invenzione è una farsa e gli scrittori sono dei contabili di battute.
Ne ho letto di roba scritta a casaccio e so che bisogna saper di cosa si sta parlando quando si scrive, ma da qui a trasformare chi scrive in una scimmia ammaestrata che fa numeri da circo perfettamente ripetibili da qualsiasi altra scimmia, no!
L’editor in questione sottolineava a più riprese che gli scrittori, e qui si parla di grandi scrittori che hanno scritto i grandi classici, sapevano ancor prima d’intingere il pennino nell’inchiostro tutto quello che dovevano scrivere. Non una vaga idea, TUTTO.
Vediamo Fëdor chino sulle sue carte che scrive “Delitto e castigo”, ma un attimo! Controlla di continuo un foglio, cos’è? Ci avviciniamo e con raccapriccio notiamo che segue uno schema rigidissimo del tipo “incipit tot battute, no descrizioni che rallentano la narrazione”, “finale tot battute, come nell’incipit occhio a non sforare!”.
A quel punto non potremo che agguantare Fëdor per il colletto, schiaffeggiarlo e tentare di riportarlo alla realtà ricordandogli che lo scrittore non è un compilatore di bollette!
L’editor continuava a sostenere che lo scrittore DEVE sapere prima cosa scriverà, quante battute impiegherà per l’incipit e il finale, dovrà eliminare le descrizioni che oggigiorno non vanno più di moda.
Per far questo ha riassunto alla lavagna lo schema di un famosissimo libro di un grande scrittore che sentivo personalmente rivoltarsi nella tomba. Non contento ha invitato i partecipanti a ripetere l’esercizio, sostituendo il personaggio del libro con un personaggio di fantasia, mantenendo comunque lo schema analizzato.
Esercizi a prova di scimmia, ripeto. Tutti possono sentirsi grandi scrittori in questo modo. Perché non provare l’ebbrezza di riscrivere Calvino, Tolstoj, Dickens, e apporci la propria firma sotto per poi gongolare? Difatti un altro esercizio consisteva proprio nel riscrivere un testo di uno scrittore amato. Non ho parole.
È utile imparare dai grandi, su questo sono d’accordo, ma allora bisogna leggere, leggere, leggere. Non serve smembrare un capolavoro per dimostrare che scrivere non è poi così difficile.
Non finisce qui, perché dopo essermi sorbita ore e ore di cazzate, ho voluto dire la mia, io che sì, ho paura degli altri, che faccio fatica a parlare, ma forse, in quel frangente, qualcosa dentro di me è esploso tanto da farmi dire che non era possibile. Non potevo accettare l’immagine di uno scrittore-impiegato, l’idea meccanica di scrittura. Perché, allora, alla domanda – Quando capisci che la storia è finita -, lo scrittore risponde – Lo sento -?
L’editor scoppia a ridere e con un gesto della mano mi manda in vacca (se preferite a quel paese) e dice con il tono di chi svela alla figlia che non sono le cicogne a portare i bambini – Ma sì, lo dicono tanto per dire, ti assicuro che è come dico io –.
Nell’aula nessuno replica, nessuno s’indigna, molti sghignazzano e io vorrei scavarmi la fossa.
Non sono riuscita a replicare, sia perché l’editor se l’è data a gambe visto che l’incontro era terminato e tanto i soldi lui li aveva tirati, sia perché capivo che la mia battaglia era inutile.
Io credo in quello che ho detto e a riprova di questo, qualche settimana fa, Dacia Maraini, ha risposto così a una domanda riguardante il suo ultimo libro.
Come è nato questo romanzo?
Ci sono voluti quattro anni per scriverlo e guardi, penso che i libri siano veramente misteriosi. La genesi di un libro è, ancora oggi per me, una cosa assolutamente misteriosa. Per esempio non conoscevo affatto il finale, quando ho iniziato a scrivere, e piano piano è stato il personaggio a suggerirmi come doveva andare a finire. Parlando con gli scrittori noto che quasi tutti dicono la stessa cosa ma c'è sempre chi pensa di riuscire a dominare i suoi personaggi e secondo me si sbaglia. Penso che il rapporto dell'autore con il personaggio sia come quello di Pinocchio con Geppetto che lo crea, gli da forma e vita ma alla fine, il primo gesto che ha Pinocchio per lui, è dargli un calcio: il personaggio fa quello che vuole e non sta mai agli ordini del suo "costruttore".
Potrei riportarvi mille altre dichiarazioni simili a queste.
Ovvio che non ho più voluto frequentare quell’inutile corso.
Ancor più ovvio che l’organizzatore non abbia voluto rimborsarmi almeno una parte della quota versata. Lui non si era fatto problemi ad allargare il numero dei partecipanti, ma io che avevo preso parte al solo primo incontro, non avevo diritto a un rimborso. Ha accampato mille patetiche scuse e mi ha trattato da cretina. Io questa la chiamo truffa.
A voi le conclusioni. Ci tenevo a mettervi in guardia. Valutate bene chi tiene il corso e ricordatevi che il lavoro di alcuni editor consiste nello sfornare libri vendibili, che siano scritti male, privi d’originalità o peggio copiati spudoratamente, poco importa.
I corsi di scrittura sono utili per superare la paura di uscire allo scoperto, inoltre potrete magari conoscere qualcuno con cui condividere i vostri interessi, ma evitate di sborsare cifre da urlo, almeno che non ne valga davvero la pena.
Nelle librerie ci sono montagne di manuali di scrittura, alcuni pessimi, altri buoni e di solito chi li scrive è lo stesso che organizza il corso.
Il consiglio, comunque, rimane uno: LEGGETE.






