martedì, 29 gennaio 2008
Si fatica a comprendere l’arte moderna e, a volte, addirittura a vederla.
Sabato eravamo in un museo e ci aggiravamo dubbiosi tra le sale cercando di intravedere l’importanza del processo, dell’azione perché la centralità dell’opera è ormai superata.
Più interessati al trasporto delle installazioni che al significato (ma come fanno secondo te a trasportarle? Viene qui l’artista e impartisce ordini su come posizionare le cose, seguono una schema, mandano gli adepti del maestro? E questa la smontano?...), entriamo in una grande sala.
Incollate sulle pareti bianche delle lettere componevano un messaggio. Intenta a leggere, sento all’improvviso un rumore.
Tun!
“Oh cavolo...”
“Oh! Ma che hai fatto? Che hai fatto!”
“Scusa, non l’avevo vista...”
“Ma come hai fatto a non vederla!”
“É trasparente, per terra, al centro della sala, non l’ho vista! Aspetta che la metto apposto...”
“Fermo! Che fai? Hai rovinato un’opera d’arte, ti rendi conto?”
“Ma sì che non si vede neanche...basta spostarla un attimo...”
“Fermati! Sei matto! Andiamo via, presto!”
“Ho inciampato, ma non l’ho danneggiata! Ero preso dall’opera...”
“Via via!”
Alle mie spalle, una voce mi fa sussultare: “Allora?”
È la guardiana. Cazzo – penso – ci ha visti.
“Allora? Avete visto?”
Io non capisco a cosa si riferisce, ma annuisco e sorrido, movendomi impercettibilmente verso l’uscita.
“Guardatevi intorno, avete letto?”
“Ah, sì sì, certo.”
Sguscio via e vedo che la signora spiega a tutte le persone che entrano nella sala, l’opera. Non so perché e non voglio saperlo.
Inizio a ridere.
“Questa la devo raccontare! È proprio come nello sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo quando vanno al museo!”
Il problema di queste istallazioni è che sono sparse ovunque. Negli angoli bui, per terra, al centro della sala e mai un cartello con scritto “Non calpestare”.
Io lo metterei e scusi, Artista, se mio moroso le ha rovinato l’installazione.
lunedì, 10 settembre 2007
Esterno giorno. Pungola decide di andare a mangiare l’ultimo gelato della stagione, dopo questo se ne riparlerà a giugno. Felice e contenta entra in gelateria, opta per il cono, gusta il gelato.
Non ne ha mangiato neanche metà, ma il suo ragazzo lo ha già finito. Si decide quindi di tornare verso casa, pungola terminerà il suo gelato in auto.
Il gelato si sposta dalla mano destra alla sinistra in modo che sia più agevole aprire la portiera, ma qualcosa va storto. Pungola non afferra adeguatamente la maniglia che le scivola e, nell’atto di riacchiappare la portiera, inclina il cono, non si sa come, di novanta gradi. A questo punto il gelato si spiaccica sulla macchina e cade miseramente a terra.
Pungola rimane con un frammento di cono in mano. Disperata, piange sbattendo forte la testa sul finestrino. Il suo ragazzo, conscio di stare con un impiastro e consapevole che numerose persone hanno seguito la scena, sgomma e se ne va.
venerdì, 18 maggio 2007
Ieri sono andata dall’oculista. Da anni vado dallo stesso ed è molto confortante: entri, ti fa accomodare, rilegge la prescrizione fatta un anno prima, ti chiede notizie sulla tua salute, ti fa sedere sullo sgabello, ti guarda le pupille, fa i soliti test. Con la solita inflessione di voce, pronunciando le stesse frasi, adottando gli stessi gesti. Con il passare degli anni, per non soccombere alla noia, penso abbia personalizzato il suo show, perché di questo si tratta avendo quasi un’abilità da mago.
Mentre leggi le lettere dice: «E ora sempre più difficile, sempre più difficile» e le lettere sul tabellone rimpiccioliscono. Ho la sensazione che ondeggi un po’, tenendo in mano degli anelli, ma non l’ho mai visto.
Un test consiste nell’osservare un cartoncino con delle figure in rilievo, tipo le card che si trovano nelle merendine, che a seconda di come le ruoti, compare un personaggio in movimento.
L’oculista mi chiede: «Cosa vedi?»
«Dunque una stella, una luna, un elefante e...un pesce».
«Quella a destra sarebbe un’auto, tipo una panda».
«Ah...pareva un pesce, effettivamente uno strano pesce, ma pur sempre un pesce».
«Non c’è problema».
Il problema c’è, invece...nella mia testa temo.
mercoledì, 09 maggio 2007
Ieri ho deciso di andare a correre. Da tempo mi limitavo alle passeggiate con il cane, illudendomi che fosse attività fisica. Quando un giorno mi la sorpassato un vecchietto di novant’anni, ho capito che non facevo altro che strascicare i piedi. Dovevo far qualcosa, così ieri ipod a palla con i Depeche Mode, varco il cancello di casa, ma all’improvviso mi fermo. Ero tentata di tornare alle mie quotidiane passeggiatine, mi sentivo stupida a correre, non so perché.
Sono una rinunciataria di natura, ma ieri non ho mollato e sono partita...camminando. Dovevo riprendermi dagli esercizi di riscaldamento che mi avevano distrutta.
Inizio a correre. I primi 5 secondi mi sentivo agile, poi le gambe hanno iniziato a pesarmi, la bocca impastata, le gote infuocate, il sudore che scendeva lungo la schiena (io odio sudare), il cuore che batteva all’impazzata, respiravo affannosamente e mi girava la testa. Dopo tre minuti ho sospeso la corsa per tornare alla passeggiata. Pensavo: questa è la volta buona che ci lascio le penne. Ho ripreso la corsa con difficoltà.
Correre è liberatorio, corri e ti sfogherai – dice qualcuno. Corri e morirai – dico io.
Quando sono tornata a casa, mi sono aggrappata al cancello, emettendo un soffio di fiato e un flebile – oddio, oddio -. Oltre a sentirmi una mezza pippa perché non ho assolutamente fiato, la sera ero distrutta. Giacevo immobile sul letto, dolorante.
Direte: non farne una tragedia, è una corsa! Voi dovete capire che io sono una donna di pensiero: leggo, scrivo, vado al cinema. Non sono fatta per correre, santodio! Ma qualcosa è cambiato, una nuova era è iniziata, via a correre!
Non prima di aver ritrovato le gambe che ieri ho perso da qualche parte.
sabato, 07 aprile 2007
Non sono una che si pavoneggia. Mi sento un gradino in basso a tutti, sempre e comunque, anche se gli altri piccoli, piccoli, si ergono in punta di piedi su piedistalli che non meriterebbero.
Ieri sera ci ho provato, nella mia prima e (forse) ultima volta nella vita. Mi trovavo il libreria e mentre mi aggiravo tra gli scaffali, appeso al muro ho visto il manifesto di un concorso letterario al quale ho partecipato, nonché ottenuto la pubblicazione di un mio racconto in un’antologia.
Era la prima volta che provavo a scrivere un racconto serio e mi è andata bene. Son soddisfazioni. Visto che tra i miei conoscenti, pochi sono interessati a ciò che scrivo, ho richiamato a gran voce mio moroso dicendo:”Toh, guarda! Il concorso a cui ho partecipato! Un mio racconto entrerà a far parte dell’antologia che pubblicheranno. Lo sapevi?”.
Lui mi ha dato man forte, unico e solo, supporter della mia esistenza.
Era il mio attimo di gloria, ma ironia della sorte, non c’era nessuno nei paraggi che potesse sentire quello che stavo dicendo o perlomeno girarsi a guardare.
Che disfatta! Che scena patetica! Oltre a parenti e amici che non si sono nemmeno premurati di leggere il breve racconto, non ho nemmeno la solidarietà di uno sconosciuto che pensa:”Ma che è? Scema questa?”. Ah mondo crudele!
Il pavone è diventato una gallina spennacchiata.
venerdì, 08 dicembre 2006
Bassano, città della ceramica. Negozi di ceramica uno dietro l’altro.
Io, per essere stata in un’altra vita un pinguino pasticcione, dovrei caldamente evitare questa ridente cittadina, infatti da quel lontano novembre 1998 non mi sono più avvicinata a un negozio di ceramica.
Quel pomeriggio cercavo un regalo per mamma. Compiva gli anni e visto che ama trasformare casa nostra in una succursale del Vittoriale di D’Annunzio (per chi non l’avesse mai visitata, la dimora del Vate è di un kitsch pazzesco, invasa da innumerevoli suppellettili di dubbio gusto), avevo avuto la splendida idea di regalarle un altro pezzo da aggiungere alla sua collezione. Accompagnata da papà entrai in un negozio e mi fermai ad osservare un’oca di porcellana. Sapete quelle che andavano tempo fa, con il collo che penzolava?
Cercai di attirare l’attenzione di papà sull’oca in questione e, effettuando una rotazione di 90°, il mio gomito si scontrò con il becco dell’oca situata all’interno di un cestino (sempre in ceramica), collocato, in bilico, su di un vaso, posto su un piedistallo!
Il cestino traballò, il vaso vacillò e alla fine entrambi si schiantarono al suolo. Nel tonfo venne coinvolta pure la povera oca che, con gesto eroico e movenze pagliaccesche, io cercai invano di acciuffare al volo. Affranta dalla perdita del delicato pennuto, guardai papà che rassegnato sospirò:«Chi rompe paga e i cocci sono suoi». Solo in quel momento realizzai il disastro combinato. Il tempo si era fermato. La gente all’interno del negozio mi osservava sbigottita, avevo perfino attirato l’attenzione di alcuni passanti che si erano goduti lo spettacolo dall’inizio alla fine. Che vergogna. Volevo scomparire, scavare una fossa sbucando dall’altra parte della Terra, ma il danno era fatto e non restava che pagare. La commessa mi guardò e disse:« Vado a chiamare il direttore». Ora non ricordo bene la cifra ma mi sembra che si aggirasse tra i 50/80.000 lire. Pagammo e ce ne andammo a testa bassa, nel sacchetto i cocci.
Fuori dal negozio chiesi:«Papà, adesso che facciamo?». Mi rispose:«Vedrai».
Il giorno del suo compleanno mamma ricevette un fantastico cestino, una splendida oca ed un meraviglioso vaso, tutto in ceramica! Con dovuta perizia papà, armato di super attak e tanta, tanta pazienza aveva ricostruito i tre oggetti, riportandoli al loro splendore originario.
L’oca ancora oggi gira per casa, rotta e ricostruita più volte, forse perché ha sempre voluto volare.