martedì, 06 maggio 2008
La quota che andava versata prima dell’inizio del corso era consistente. Non si trattava di milioni, ma per me, era una somma consistente. Ho riflettuto a lungo se parteciparvi o no, ma dato che il corso in questione veniva organizzato a scadenza regolare da anni e lo teneva un editor con tanto di referenze, ho pensato fosse una cosa valida.
Si trattava di una full immersion nella scrittura, quindi pochi incontri, ma molte ore.
I partecipanti erano tanti e lo sapevo, solo che la persona che organizzava il corso aveva pensato bene di allargare il giro e quindi c’erano più persone del previsto.
Non concentriamoci sul numero di partecipanti, il punto è un altro.
L’organizzatore del corso e chi lo teneva (due persone distinte in questo caso) volevano far passare per buona l’idea meccanica della scrittura, ossia l’ispirazione è tutta una finzione, l’invenzione è una farsa e gli scrittori sono dei contabili di battute.
Ne ho letto di roba scritta a casaccio e so che bisogna saper di cosa si sta parlando quando si scrive, ma da qui a trasformare chi scrive in una scimmia ammaestrata che fa numeri da circo perfettamente ripetibili da qualsiasi altra scimmia, no!
L’editor in questione sottolineava a più riprese che gli scrittori, e qui si parla di grandi scrittori che hanno scritto i grandi classici, sapevano ancor prima d’intingere il pennino nell’inchiostro tutto quello che dovevano scrivere. Non una vaga idea, TUTTO.
Vediamo Fëdor chino sulle sue carte che scrive “Delitto e castigo”, ma un attimo! Controlla di continuo un foglio, cos’è? Ci avviciniamo e con raccapriccio notiamo che segue uno schema rigidissimo del tipo “incipit tot battute, no descrizioni che rallentano la narrazione”, “finale tot battute, come nell’incipit occhio a non sforare!”.
A quel punto non potremo che agguantare Fëdor per il colletto, schiaffeggiarlo e tentare di riportarlo alla realtà ricordandogli che lo scrittore non è un compilatore di bollette!
L’editor continuava a sostenere che lo scrittore DEVE sapere prima cosa scriverà, quante battute impiegherà per l’incipit e il finale, dovrà eliminare le descrizioni che oggigiorno non vanno più di moda.
Per far questo ha riassunto alla lavagna lo schema di un famosissimo libro di un grande scrittore che sentivo personalmente rivoltarsi nella tomba. Non contento ha invitato i partecipanti a ripetere l’esercizio, sostituendo il personaggio del libro con un personaggio di fantasia, mantenendo comunque lo schema analizzato.
Esercizi a prova di scimmia, ripeto. Tutti possono sentirsi grandi scrittori in questo modo. Perché non provare l’ebbrezza di riscrivere Calvino, Tolstoj, Dickens, e apporci la propria firma sotto per poi gongolare? Difatti un altro esercizio consisteva proprio nel riscrivere un testo di uno scrittore amato. Non ho parole.
È utile imparare dai grandi, su questo sono d’accordo, ma allora bisogna leggere, leggere, leggere. Non serve smembrare un capolavoro per dimostrare che scrivere non è poi così difficile.
Non finisce qui, perché dopo essermi sorbita ore e ore di cazzate, ho voluto dire la mia, io che sì, ho paura degli altri, che faccio fatica a parlare, ma forse, in quel frangente, qualcosa dentro di me è esploso tanto da farmi dire che non era possibile. Non potevo accettare l’immagine di uno scrittore-impiegato, l’idea meccanica di scrittura. Perché, allora, alla domanda – Quando capisci che la storia è finita -, lo scrittore risponde – Lo sento -?
L’editor scoppia a ridere e con un gesto della mano mi manda in vacca (se preferite a quel paese) e dice con il tono di chi svela alla figlia che non sono le cicogne a portare i bambini – Ma sì, lo dicono tanto per dire, ti assicuro che è come dico io –.
Nell’aula nessuno replica, nessuno s’indigna, molti sghignazzano e io vorrei scavarmi la fossa.
Non sono riuscita a replicare, sia perché l’editor se l’è data a gambe visto che l’incontro era terminato e tanto i soldi lui li aveva tirati, sia perché capivo che la mia battaglia era inutile.
Io credo in quello che ho detto e a riprova di questo, qualche settimana fa, Dacia Maraini, ha risposto così a una domanda riguardante il suo ultimo libro.
Come è nato questo romanzo?
Ci sono voluti quattro anni per scriverlo e guardi, penso che i libri siano veramente misteriosi. La genesi di un libro è, ancora oggi per me, una cosa assolutamente misteriosa. Per esempio non conoscevo affatto il finale, quando ho iniziato a scrivere, e piano piano è stato il personaggio a suggerirmi come doveva andare a finire. Parlando con gli scrittori noto che quasi tutti dicono la stessa cosa ma c'è sempre chi pensa di riuscire a dominare i suoi personaggi e secondo me si sbaglia. Penso che il rapporto dell'autore con il personaggio sia come quello di Pinocchio con Geppetto che lo crea, gli da forma e vita ma alla fine, il primo gesto che ha Pinocchio per lui, è dargli un calcio: il personaggio fa quello che vuole e non sta mai agli ordini del suo "costruttore".
Potrei riportarvi mille altre dichiarazioni simili a queste.
Ovvio che non ho più voluto frequentare quell’inutile corso.
Ancor più ovvio che l’organizzatore non abbia voluto rimborsarmi almeno una parte della quota versata. Lui non si era fatto problemi ad allargare il numero dei partecipanti, ma io che avevo preso parte al solo primo incontro, non avevo diritto a un rimborso. Ha accampato mille patetiche scuse e mi ha trattato da cretina. Io questa la chiamo truffa.
A voi le conclusioni. Ci tenevo a mettervi in guardia. Valutate bene chi tiene il corso e ricordatevi che il lavoro di alcuni editor consiste nello sfornare libri vendibili, che siano scritti male, privi d’originalità o peggio copiati spudoratamente, poco importa.
I corsi di scrittura sono utili per superare la paura di uscire allo scoperto, inoltre potrete magari conoscere qualcuno con cui condividere i vostri interessi, ma evitate di sborsare cifre da urlo, almeno che non ne valga davvero la pena.
Nelle librerie ci sono montagne di manuali di scrittura, alcuni pessimi, altri buoni e di solito chi li scrive è lo stesso che organizza il corso.
Il consiglio, comunque, rimane uno: LEGGETE.
lunedì, 05 maggio 2008
Questo post non nasce da un desiderio di vendetta (non farò nomi e tenterò di non fare riferimenti espliciti, anche se prenderlo lì brucia), ma si tratta solamente di una testimonianza del tutto personale per l’appassionato di scrittura che un giorno ha l’idea balzana di frequentare un corso di scrittura creativa.
Ecco i fatti: ho frequentato tre corsi di scrittura creativa.
Dopo aver sognato per notti intere di trasferirmi a Torino per buttarmi tra le braccia di Baricco senza controllare il costo proibitivo dei corsi, ho deciso di concentrarmi su corsi che fossero alla mia portata, soprattutto alla portata delle mie tasche.
Il primo corso è andato male. Fatto “a membro di segugio” come ama dire un mio amico e talmente deprimente che una sera d’inverno, mentre tornavo a casa, ho pensato seriamente di buttarmi sotto il tram, poi ho detto – E no cavolo, conserva questo aneddoto sul tentativo di suicido e inseriscilo in qualche racconto o in qualche post! -. Come vedete, tutto torna utile.
La persona che gestiva il suddetto corso si era inventata un lavoro e con i corsi di scrittura si può benissimo campare tanto l’Italia è un popolo di scrittori, leggi polli da spennare, che non vedono l’ora di farsi vendere aria fritta. Ovvio che in questa categoria rientro anch’io.
Questa persona si arrabattava tra un articolo sul giornale, un libro qua, un corso là e sbarcava il lunario. Di questi tempi tutto è lecito pur di portare a casa la pagnotta.
Devo essere giusta e dire che la quota d’iscrizione era veramente contenuta e quindi anche se avessi deciso di non andarci dopo i primi due incontri, non ci avrei rimesso molto, ma io, masochista, ho frequentato tutte le lezioni.
Delle “nozioni tecniche di scrittura” strombazzate nel volantino che pubblicizzava il corso, non ho visto neanche la fuggevole ombra. Quello che mi rimane in mano è un pesante fardello di fotocopie di elaborati dei partecipanti che ogni settimana diminuivano di numero, quasi nessun consiglio di lettura e poco altro.
Solitamente nei corsi di scrittura, l’organizzatore fa la sua lezioncina e poi si procede alla lettura degli elaborati che sono lo sviluppo di una traccia data nell’incontro precedente.
É una cosa che serve moltissimo, sia perché viene imposto un numero di battute entro le quali contenersi, sia perché l’esercizio guidato ti obbliga a metterti alla scrivania e produrre qualcosa.
Non dimentichiamo poi il confronto, essenziale e indispensabile. Leggere i propri scritti in pubblico serve per uscire dal proprio guscio o se preferite delle proprie stanzette.
Dopo questo pippotto (tutta farina del sacco di altri), c’è da dire che “l’insegnante” si limitava a fotocopiare per i partecipanti gli elaborati. Fotocopiare, non leggere.
Ho assistito a una scena imbarazzante in cui uno dei partecipanti chiedeva notizia del proprio racconto e ho visto “l’insegnante” arrampicarsi sugli specchi.
Partecipante: Scusi, ha letto quel mio racconto...
Insegnante: Uhm...ehm...quale?
Qualcuno, da dietro: Non legge le cose che scriviamo...
Insegnante: Hai la copia? No, perché sai, tra tutte queste fotocopie non trovo il tuo elaborato...
Tsè! Tanto per farvi capire.
Dopo pochi mesi, si è presentata l’occasione di frequentare un altro corso di scrittura.
Io non ne volevo sapere, ma la persona che mi sta accanto e che ha capito che deve darmi sempre la spintarella giusta altrimenti io non parto, mi ha convinto a riprovarci.
Anche qui costo contenuto, ma si trattava di un altro pianeta. Ho incontrato una persona formidabile, con la quale ho allacciato una – spero – duratura amicizia e che mi ha insegnato molto.
Un corso con i fiocchi per il quale l’organizzatore si è spremuto, ha letto sempre gli elaborati di tutti e ha sempre trovato il tempo di fornire risposte e consigli. Una persona preparata, seria e sensibile essendo lui stesso scrittore.
Il problema secondo me dei corsi è proprio l’organizzatore che può essere uno che s’improvvisa (vedi la mia prima esperienza), uno scrittore che sa cosa vuol dire scrivere, conosce le gioie (poche) e le difficoltà (moltissime), che è sensibile nei confronti della parola e infine un editor, tra poco arriviamo a questo essere senz’anima.
Io ci tengo a dire che non faccio mai di tutta un’erba un fascio. Tutto dipende dalla persona che ti capita in sorte. In amore, nel lavoro, in posta, dal ferramente e anche in un corso di scrittura.
Comunque il secondo corso è andato benissimo, ho scritto molto e nonostante la voce mi tremi sempre quando leggo in pubblico, mi sono felicemente sorpresa a saltare sulla sedia nell’attesa di leggere le mie peraltro mediocri parole.
Le schede fornite erano una miniera d’informazioni, chi teneva il corso essendo un forte lettore portava i libri e ne leggeva dei brani e al termine dell’incontro non si fuggiva a casa, ma si sforava piacevolmente.
Forte di questa esperienza, ho tentato il grande salto e ho deciso di frequentare il terzo corso di scrittura e qui vi consiglio di leggere attentamente.
A domani con la seconda parte!
giovedì, 06 dicembre 2007
Ci sono episodi che denotando la mia scarsa abilità in cucina.
Ieri, per dire, volevo lessare delle carote da inserire nel mio schifosissimo riso basmati.
Ho preso una carota, l’ho lavata e ho iniziato ad affettarla. Improvvisamente, mi sono bloccata. Con il coltello a mezz’aria ho pensato: “Ma devo lessare le carote e poi affettarle oppure affettarle e poi lessarle?”. Il dubbio mi stava consumando. Non l’avevo mai fatto prima. Ho 22 anni.
Non mi sembrava facesse gran differenza ed ero sicura che se avessi invertito le due operazioni di
certo non sarebbe caduto il mondo, nonostante questo ho abbandonato le carote al loro destino e me ne sono andata.
Ci sono episodi che denotano la mia scarsa abilità nell’affrontare la vita.
Sto ascoltando: Radiohead – Ok computer
lunedì, 13 agosto 2007
Oggi questo blog compie un anno.
Risultati disastrosi accompagnano questa mia avventura nei cosiddetti diari on line.
I lettori non sono mai aumentati, pur scrivendo quasi ogni santo giorno.
Nel giro di un anno non ho ricevuto una sola mail.
Non ho conosciuto blogger, né tanto meno lettori.
I commenti si contano sulle dita di una mano.
Io non conosco le tecniche furbe di un sw4n, per citarne uno a caso, al fine di ricevere valanghe e valanghe di commenti, essere invitato qui e là, essere citati su riviste e comparire ovunque.
Io non posso, per motivi tecnici, commentare i post degli altri, non ho tempo di aggiornare i link del mio blog e ho bisogno sempre che qualcuno posti per me. Saranno queste le cause dell’insuccesso di questo stramaledetto blog?
Chissà, resta il fatto che io la mia parte l’ho fatta. Ci sono blog in giro che fanno pietà: noiosi, lacrimosi, illeggibili, mai aggiornati.
Forse dovrei scrivere dei travagliamenti dell’animo mio, ma risulterei ripetitiva e io stessa scarterei all’istante un blog del genere.
Conduco una vita noiosissima: ora sono talmente annoiata che bisognerebbe creare una parola nuova per esprimere questo vuoto tempo sospeso.
Non sono una che scopa a destra e sinistra e di certo non posso narrare della mie bollenti notti di sesso.
Nella mia breve vita non ho fatto esperienze degne di essere narrate.
Non sono brava a sublimare l’aria fritta.
Mi mancano gli argomenti giusti che la gente trova interessanti.
Per questo scrivere mi costa gran fatica perché devo cavar fuori dal buco argomenti banalissimi per poi rielaborarli in chiave comica. Forse non sono brava neanche in questo visti i risultati.
Lo ammetto: ho aperto il blog perché speravo portasse a qualcosa, tipo che so, un libro (mire alte, ma qualcuno ci è riuscito). Pensavo che dopo qualche mese il blog iniziasse a trottare felice e spensierato e invece eccomi qui a trarne le tristi conclusioni.
Analizzando i fatti, l’anda, o meglio il motivetto stonato, è quello che è da un anno e non c’è verso che le cose cambino... e mi riferisco alla mia vita.
Nonostante tutto, testarda come un mulo, non chiuderò il blog perché non riesco a farne a meno. Utile per esercitarmi a scrivere, m’illude di essere una persona divertente.
Arrivederci e grazie, come si legge sugli scontrini.
giovedì, 19 aprile 2007
Cari amici,
un caloroso benvenuto da Reteuropa immobiliare!
Sono qui per presentarvi il progetto “mare domani”!
“Mare domani” è un complesso abitativo che sorgerà sulle colline di Sant’Arcangelo di Romagna a 7 km dal mare.
Ma attenzione! Questa zona sarà raggiunta in circa 15 anni dalle acque del mare Adriatico e questo grazie al futuro innalzamento delle acque!
La vostra casa in collina si trasformerà in una bellissima casa sulla spiaggia!
Non aspettate! Chiamate adesso!
COSA?! Aiuto! Magari voi ve ne sarete già accorti, ma ieri, guardando una registrazione di ItaloFrancese, il programma di Fabio Volo in onda su Mtv, mi è passata sotto gli occhi questa immonda pubblicità. All’inizio pensavo si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto. D’altronde, si vedeva lontano un miglio che l’ometto che declamava a gran voce l’annuncio portava un parrucchino da quattro soldi. Aspettavo che prima o poi qualcuno mi rassicurasse spiegando che la réclame era una terribile presa per i fondelli e che non si scherza con l’innalzamento delle acque, problema che tiene banco un po’ dappertutto. Non so se vendano effettivamente quello che dicono, molto probabilmente si tratta di una truffa, comunque anche se fosse, lucrare su un disastro ecologico mi fa venire la pelle d’oca.
Date queste premesse, un’agenzia di viaggi potrebbe offrire un soggiorno di puro divertimento nelle zone colpite dallo Tsunami, augurandosi nuovamente un disastro di tale portata, in modo che i turisti possano fare surf da sballo.
Io spero vivamente che questa pubblicità sia stata bloccata, anche se mi chiedo perché mai sia andata in onda. Già costruiscono case dove non possono: in zone sismiche, su scogliere, ai piedi di vulcani, sulle pendici delle montagne, su terreni franabili. Occupano spiagge, distruggono foreste, espropriano campi, deturpano paesaggi naturali. Io dovrei gioire della possibilità che fra 15 anni la mia casa sarà raggiunta dalle acque del mare Adriatico? Pazzesco! E se capitasse prima e invece che raggiungermi, il mare m’inondasse la casa?
Da bellissima casa sulla spiaggia ad acquario.
ERRATA CORRIGE: Ma dai cazzo! Non è possibile! Oltre ad averne già parlato ed essere arrivata tardi, ho preso fischi per fiaschi! Si trattava di uno spot fasullo! Io ho pure riavvolto la cassetta più e più volte, in modo da trascrivermi il testo. Non sarò mai una blogger aggiornata, sarò sempre sulla CROSTA dell’onda.
Colpa della connessione che non ho, di Mtv che a casa mia non prende, del fatto che sono obbligata a far registrare a qualcun altro i programmi e del mio proverbiale ritardo nel rivedere le cassette.
Che figuraccia! Comunque il post lo pubblico lo stesso in nome dello sforzo profuso e dell’imbecillità che da queste parti regna sovrana.
Vi prego, ditemi che mi volete ancora bene.
domenica, 08 aprile 2007
Dopo i disastrosi tentativi di Natale (vedi tartine), sabato mi sono cimentata con l’orribile dolce di Pasqua (vedi foto). Il tempo di preparazione indicato nella ricetta era di 20 minuti, io ci ho messo circa 2 ore e mezza!
Pungola, se fai tre dolci all’anno e più che una brava cuoca, sei una buona forchetta, perché mai scegli un dolce complicatissimo da fare? Me lo sono chiesta più e più volte, ieri pomeriggio mentre imbrattavo le pareti della cucina di schizzi di crema.
Mi è pure venuto un callo sul dito a forza di sbattere a mano e sottolineo a mano panna e uova e il risultato non è dei più soddisfacenti. Il mio dolce è leggermente diverso dall’originale, che dite?
Ho usato una tortiera troppo piccola e mentre era in forno l’impasto gonfiandosi è fuoriuscito dalla teglia, cercando di darsi alla macchia. La doratura è diventata bronzatura, il dolce non è cresciuto in altezza.
La crema pasticceria non può neppure lontanamente considerarsi tale. Si tratta di un misto di panna non montata e uova troppo addensate. La consistenza è troppo liquida.
Ho martoriato per 10 minuti buoni una povera fragola, nel vano tentativo di trasformarla in un delicato bocciuolo.
Completato il dolce, fascetta tra i capelli, gote infuocate, mani doloranti, ho saggiamente deciso d’infilarmi in lavatrice. Fragole, zucchero e uova mi ricoprivano dalla testa ai piedi.

Dolce di Pungola (notare il piatto natalizio)

Paris-Brest con fragole
sabato, 07 aprile 2007
Non sono una che si pavoneggia. Mi sento un gradino in basso a tutti, sempre e comunque, anche se gli altri piccoli, piccoli, si ergono in punta di piedi su piedistalli che non meriterebbero.
Ieri sera ci ho provato, nella mia prima e (forse) ultima volta nella vita. Mi trovavo il libreria e mentre mi aggiravo tra gli scaffali, appeso al muro ho visto il manifesto di un concorso letterario al quale ho partecipato, nonché ottenuto la pubblicazione di un mio racconto in un’antologia.
Era la prima volta che provavo a scrivere un racconto serio e mi è andata bene. Son soddisfazioni. Visto che tra i miei conoscenti, pochi sono interessati a ciò che scrivo, ho richiamato a gran voce mio moroso dicendo:”Toh, guarda! Il concorso a cui ho partecipato! Un mio racconto entrerà a far parte dell’antologia che pubblicheranno. Lo sapevi?”.
Lui mi ha dato man forte, unico e solo, supporter della mia esistenza.
Era il mio attimo di gloria, ma ironia della sorte, non c’era nessuno nei paraggi che potesse sentire quello che stavo dicendo o perlomeno girarsi a guardare.
Che disfatta! Che scena patetica! Oltre a parenti e amici che non si sono nemmeno premurati di leggere il breve racconto, non ho nemmeno la solidarietà di uno sconosciuto che pensa:”Ma che è? Scema questa?”. Ah mondo crudele!
Il pavone è diventato una gallina spennacchiata.
giovedì, 29 marzo 2007
Da anni sono presenti nella mia libreria tre sinistri volumi: le profezie di Nostradamus, per l’esattezza le mille profezie di Nostradamus. A volte vi passo accanto, ma non ho mai avuto il coraggio di sfogliarli, nemmeno di prenderli in mano. Temevo che sfilandoli dalla libreria, il resto dei libri e le mensole sarebbero rovinosamente crollati e io sepolta sotto di essi, sarei perita tra atroci sofferenze. Chissà quali oscuri presagi nascondono quelle pagine. Per questo post avrei voluto vincere la mia codardia e riscattarmi, afferrare un volume tra i tre e scoprire, finalmente, cosa aveva predetto il sig. Nostradamus.
Non ci sono riuscita. Io ci ho provato, mi sono avvicinata ai volumi, ho letto per la centesima volta la scritta dorata sul dorso, ma un terrore atavico mi ha fatto desistere.
Diamine, che sconfitta! Riuscirò mai a superare la mia paura?
domenica, 18 marzo 2007
Ebbene, non ce la farò mai. Uscirò sconfitta da questa battaglia. Mi ero illusa, avevo creduto di potercela fare, mi ero impegnata. Notti insonni a immaginare lui, solo lui: il bauletto porta pane della Mulino Bianco. Il fato avverso, la sorte crudele tramano contro di me. Anche la mia naturale propensione a non portare a termine niente nella vita, certo non gioca a mio favore.
La scadenza è fissata al 31 marzo, ma mi mancano troppi punti per completare la raccolta.
Ah fellone! (la parola non c’entra assolutamente niente, volevo solo inserirla perché mi piace).
Non mi resta che andare ad ammirarlo per l’ultima volta al supermercato. Esso giace protetto nella sua teca. Bauletto, ti avrei amorosamente accolto nella mia cucina e avresti fatto un figurone con i miei amici.
Un box di plexiglas ci dividerà per sempre.
venerdì, 16 febbraio 2007
Delusione e profondo smarrimento. Questi i sentimenti che provo quando scopro che una mia idea è già stata pensata e soprattutto concretizzata da altri.
Non molto tempo fa, avevo scritto un post sulle letture da bagno lamentando l’inconveniente della durata - spesso mi capita di dover sostare sulla tazza più del dovuto proprio per terminare la lettura di un articolo particolarmente interessante. Uno non può ridursi a leggere solamente i depliant pubblicitari o la guida dei programmi tv di sorrisi e canzoni. Nell’indice, accanto all’articolo, andrebbe segnato il tempo media di lettura, in modo da poter valutare, in base al proprio bisogno, la possibilità o meno di leggere quell’articolo -.
Oggi leggo a pag. 153 del settimanale Panorama del 15/02/2007, questo:
Leggere in bagno secondo il bisogno
E’ un bimestrale, si intitola Toilet e propone come recita il sottotitolo «racconti brevi e lunghi a seconda del bisogno». (...) Toilet si propone come una «maneggevole pubblicazione pensata per essere letta nella comodità del bagno». Tanto per ciascun racconto è indicato il tempo di lettura, «così da armonizzare esigenze fisiologiche e curiosità intellettuali».
E’ incredibile. M’illudo di aver partorito una riflessione straordinaria, la scrivo pure e poi sfogliando una rivista...argh!
Posso capire che non sia la scoperta del secolo, che in tanti l’avrete pensato, ma uno ci si affeziona a quella idea, è convinto di esserne il legittimo proprietario.
Altre mie idee se l’è portate via il vento. Per esempio, un giorno, osservando il microchip della cartuccia, ho pensato: “Uhm...potrebbe diventare un gioiello, un anello”. Dopo averne raccolti faticosamente dieci, ho scoperto che qualcuno aveva già prodotto un gioiello simile.
Scontrarsi con la realtà è massacrante.