domenica, 21 gennaio 2007
Togli un posto a tavola che c’è una figlia in più
Da anni, anzi da sempre, vivo da affittuaria. In casa mia. Avete capito bene, in casa mia.
A me è stata destinata la camera più piccola. In questa stanzetta devo stipare milioni di cose. I libri tra un po’ li appenderò con un chiodo al muro, non sapendo più dove posarli, l’armadio me l’ha prestato barbie e la scrivania è inutilizzabile perché divenuta, da tempo, piano d’appoggio.
Vi posso assicurare che il mio criceto ha una gabbia più grande.
Detto questo, sappiate che in questi pochi metri quadrati, io ci devo vivere. E’ l’unico locale della casa di cui posso usufruire. E non è questione di spazi ridotti, anzi.
La cucina è off limits. Regina incontrastata è mia mamma, che non lascia entrare anima viva a nessuna ora del giorno. Lei, unica fumatrice della casa, ama appestare tutte le stanze dell’abitazione per non parlare appunto della cucina, che alla sera diventa una vera camera a gas. La signora non si preoccupa di aprire la porta o di far girare la ventola, no. Se ne sta avvolta nel suo fumo e le poche volte che ho osato entrare, ho rischiato il collasso polmonare. E’ come aprire una porta spazio temporale e tack: sei a Londra.
Il salotto. Non ho la minima idea di cosa sia un divano. Non mi siedo su un divano da anni. Chi lo occupa è solitamente mio papà o il cane. Entrambi si distendono per tutta la lunghezza ed entrambi russano come facoceri. Per me non c’è mai posto.
Il bagno. Scomodo.
La cantina. Da brivido.
La soffitta. Irraggiungibile.
Devo dunque restare in camera mia, seduta sul letto finché le gambe non vanno in cancrena e la schiena si spezza o inevitabilmente stendermi sul letto e io odio stendermi sul letto se non devo dormire.
mercoledì, 10 gennaio 2007
Inauguro una nuova rubrica. Vi illustrerò le mie difficoltà quotidiane, per quanto riguarda la vita domestica. Non farò altro che riportarvi, fedelmente, i miei vani sforzi al fine di sopravvivere tra le mura familiari. Spesso non crederete a ciò che dico, ma fidatevi: è tutto vero. Voi, leggendo, ve la spasserete, io un po’ meno.
Questioni pratiche.
Vuoi farti la doccia alle dieci di sera? Non puoi, non ci si fa la doccia alla sera. Vige questa regola in casa mia. Ci si può lavare solamente al mattino. Se contravvenendo alle regole, decido di farmi la doccia alla sera, perché so con certezza che poi la mattina non avrò tempo, scoppia un putiferio. Mia mamma: - Ma perché ti lavi a questa ora? Ci si lava al mattino! Oh, sta qua, continua a lavarsi. Ma dove devi andare domani?-.
Oltre all’orario, la questione doccia, comporta altre mille difficoltà. Non ho una doccia come tutti i comuni mortali, bensì un vasca abilitata a doccia, priva però di quella tendina che protegge il pavimento da schizzi d’acqua. Tentare di non bagnare è quindi un’impresa.
Ho provato la “doccia veloce”. Acqua a velocità siluro, che ti penetra nelle viscere, mano insaponata che strofina la pelle a una velocità super sonica, tempi record. Niente da fare.
Ho tentato la modalità “doccia morse”. Acqua stop. Sapone stop. Acqua stop. Anche in questo caso un completo disastro. Mi raffreddavo tra un’interruzione e l’altra e impiegavo ore a ritrovare la giusta temperatura dell’acqua.
Non mi restava che sperimentare la “doccia lenta”, ovvero acqua a pressione bassissima, praticamente un rigagnolo, una goccia al minuto. Una perdita di tempo. Uscivo praticamente asciutta.
I miei sforzi non vengono comunque premiati. Mi prendo una fracca di parole da mia mamma perché bagno il pavimento. E’ ovvio che l’acqua schizzi ovunque, non c’è una barriera che la trattenga. Altra colpa che mi attribuisce è che bagno il tappeto. Ma dove appoggio i piedi bagnati, benedetta donna! Sul tappetto, è ovvio. Io non volo sai. Ma non ci sono santi, né madonne che tengano. Lei deve farti la ramanzina perché hai bagnato il pavimento.
Sono sicura che avrebbe dato pure la colpa alle vittime del Vajont, (che non hanno colpa di niente) dicendo: - Ma non vedete che avete allagato il paese? -.