lunedì, 12 maggio 2008

Vieni? Suvvia che ti costa?

Quando? Venerdì 30 maggio, ore 20.30

Dove? Vicenza, Villa  Lattes

Chi? La casa editrice I sognatori, Flavio Pagani, Lucilla Galanti, Alberto Carollo e tutto il gruppo di CaRtaCaNta...e ovvio, ci sarò anch'io.

Cosa? Si parlerà di editoria, verranno presentate le ultime uscite editoriali "Lapsus" e "Altrove da  me"  in  presenza degli autori, si  prospetta una serata veramente interessante!

Perché? E me lo chiedi? Devi esserci punto e basta.


dal blog http://casadeisognatori.splinder.com/

La notizia è già trapelata, a quanto pare, quindi oggi (con un buon anticipo sui tempi) ci apprestiamo a renderla pubblica.

Allora, informiamo tutti voi che il 30 maggio 2008, presso Villa Lattes a Vicenza, si terrà una doppia serata di presentazione, incentrata sui libri “Lapsus” (di Flavio Pagani) e “Altrove da me” (di Lucilla Galanti). Presenzieranno i due autori, Aldo Moscatelli, Alberto Carollo (in arte Cigale, che farà gli onori di casa) e Francesca Santamaria.

L’evento nasce dalla collaborazione tra la casa editrice I sognatori e CartaCanta, e naturalmente ci auguriamo di poter chiamare a raccolta i tanti blogger del nord che ci seguono con affetto.

Si tratta della nostra prima “escursione” (ma state tranquilli, non ci presenteremo sul finire della primavera con pellicce e colbacchi, come Totò, Peppino e Vittoria Crispo in un noto film) al di fuori dei confini regionali, quindi speriamo di poter contare sulla presenza dei bibliomani che vivono in zona. La serata di presentazione dovrebbe avere inizio attorno alle 20.30.

Tempo per organizzarsi ce n’è parecchio, quindi voi cercate di disdire impegni e – se volete – spargete la voce in giro.

Noi nel frattempo cominciamo a preparare le valigie.


 

Ti ricordo che CaRtaCaNta - laboratorio di materiali narrativi - vaglia proposte di autori locali e non, interessati a presentare con la nostra associazione le loro opere presso villa Lattes e altre sedi.

Contattateci via mail info@cartacantalab.com



sabato, 26 aprile 2008
Oggi parliamo di Lapsus di Flavio Pagani

Lapsus
“Inclassificabile” è la parola che mi frullava nella testa mentre leggevo questo romanzo perché è inutile ricercare echi da inseguire. Flavio Pagani ha la sua voce e si fa sentire.
Nel sottotitolo c’è tutta la storia: ”Il romanzo di un favoliere che mozza una testa e di un investigatore che gli dà la caccia” e subito si pensa a un storia lineare, priva d’intoppi...niente di più sbagliato. Mentre il lettore viene risucchiato dalla storia e assiste sbigottito a una serie di eventi tutt’altro che ordinari, l’autore piazza delle trappole qua e là: giochi di parole, personaggi che si divertono a spuntare all’improvviso tra le pagine, frasi capovolte.
Lo scrittore ci punzecchia con spilli di fantasia per destare la nostra attenzione e voltare la pagina è come svoltare l’angolo: non sai mai chi potresti incontrare.
Il nostro protagonista, un cantastorie che tiene spettacoli di marionette in un piccolo teatro, percorre le strade di Milano detta anche “giungla d’asfalto”, la grigia metropoli dove non c’è più spazio per i sogni. Eppure il marionettista si fa largo con le sue favole tra automobilisti agguerriti e semafori assassini perché “[...] le fiabe sono proprio isole: sono scogli nel mare, oasi nel deserto, bagni nel mistero o radure nella giungla d’asfalto del mondo reale...”.
Il favoliere purtroppo si caccerà in un bel guaio e rifugiarsi nelle sue favole non servirà più a molto. Dovrà cambiare identità diventando irriconoscibile, fuggire nel Borneo, abbandonando moglie, figlia e marionette per scampare all’ira del potente Costantino Cresonte e alla tenacia dell’ispettore Bosettoni. Ma si sa, “tutti ritornano” e il cantafavole non riuscirà più a star lontano dai suoi affetti.
Siamo in presenza di un Ulisse strampalato che vive in esilio, un po’ per necessità, un po’ per volontà, che ama solcare i mari della fantasia, che non segue la retta via....così scriverebbe l’autore che non si risparmia in rime e filastrocche.
Scrivere cose per dirne altre, in questo Flavio Pagani è proprio bravo. Con il pretesto di raccontare una storia, inserisce tante considerazioni sulla società, sull’amore, sulla meschinità di certe persone, sul nostro modo di vivere, senza risultare mai banale o peggio pedissequo.
Non si tratta d’inseguire l’originalità a tutti i costi perché è chiaro fin dalle prime righe chi tiene saldamente in mano i fili della narrazione con un’abilità mirabile. A pag. 8, infatti, c’è la bussola per orientarsi: “Questa storia, infatti, non segue le rette di un quadrato, ma le linee curve di un cerchio dove tutto, anche il più insignificante particolare, è destinato a tornare a caricarsi di senso...”
Un libro che per stile e contenuti non ha eguali, un invito a fuggire con la mente per sopportare la realtà.
Il buffo poeta ambulante non è altro che una persona che crede ancora nei sogni, ma che per farsi sentire deve gridare e in questa figura ho rivisto un po’ Flavio Pagani e le sue traversie letterarie (ne potete leggere qui).
Ben vengano questi matti, le loro favole, i loro sogni. Nonostante tutto, ci sarà sempre qualcuno in grado di apprezzarli.

p.s. La copertina è una gioia per gli occhi, più la guardo e più mi piace.

“Ai due parve di essere costretti a scendere dalla sommità vertiginosa di una torta, dopo averne morso insieme soltanto la ciliegina.”
(Lapsus, Flavio Pagani, 2007, I sognatori)




mercoledì, 23 aprile 2008
Arrivata in stazione un po’ in anticipo (stranissimo) ho varcato la soglia di una libreria Mondadori (argh!) per dare un’occhiatina alle novità. D’altronde in una Mondadori cos’altro vuoi trovare se non le novità?
Non so perché, ma in quella libreria che resta pur sempre il tempio dei libri, c’è un casotto costante. Le commesse chiacchierano sempre e per giunta a voce alta.
Ora, io non voglio passare per la rompiballe di turno (in effetti, lo sono), ma santa pazienza, siamo in una libreria, silenzio!
C’è molta clientela di passaggio, gente che magari deve farsi un viaggio lungo in treno e decide di acquistare un libro, gente che come me si fa un giretto in attesa di partire, eppure le due persone che sono entrate lì nel giro di cinque minuti scarsi, possono essere prese a campione.

Caso n. 1
Entra un tipo, si guarda attorno.
“Buongiorno, cercavo Caos Calmo di Veronesi. Avete l’edizione economica a 6 euro?”
“No, non c’è. Visto che è uscito il film, hanno ripubblicato l’edizione da 17.50.”
“Va bene, la prendo.”

E tu, incosciente, spendi euro 17.50 per Caos Calmo? Sarà anche un bel libro, ma perdio butti alle ortiche i tuoi soldi così? Aspetta, cerca. Quasi quasi volevo dirgli di andare in centro che l’edizione economica l’avevano perché l’ho vista.

Caso n. 2
Entra un tipo, si guarda attorno, o meglio finge di guardarsi attorno.
“Buongiorno, cercavo l’ultimo libro di...uhm...mi scappa il nome...ne ho letto una bella recensione su (invento) Corriere magazine...”
“Vediamo...si tratta per caso di (invento) Letture per stolti di Tizio?”
“Esatto!”

E qui la commessa piega all’indietro la testa, spalanca la bocca e inizia a ridere sguaiatamente. La sua risata echeggia nel piccolo locale e io cerco triglie, trote, pesce spada...no, non sono in una pescheria.

“Ah ah! Ha visto, lo sapevo! Ah, ah! Ho indovinato! (si volta verso la collega e grida) Hai visto? Ah ah!”

Forse bisognerebbe spiegare alla gentile signorina che un attimo prima elencava alla collega le sue interessantissime esperienze di vita delle quali ho preso nota dato che il volume della sua voce era un tantino spropositato, che indovinare un libro non equivale a vincere un milione di euro!
Sono uscita, inorridita.

Fnac. Per quanto ami la Fnac, devo dire che i commessi che ho incontrato io, sono sgarbati e se ne stanno tutto il tempo in panciolle. Non generalizziamo, sto parlando di quelli che ho incontrato.

Un sabato mattina
“Buongiorno, avevo ordinato un libro e visto che voi mi avete detto che è arrivato sono venuta a ritirarlo.”
Il commesso mi guarda storto e biascica: “Che libro?”
“(invento) Manuale per negligenti di Caio.”
“Cosa? Noi non abbiamo quel tipo di libro e non lo possiamo ordinare alla casa editrice, semmai dobbiamo farcelo arrivare da un’altra libreria.” (tono sgarbato e irritato)
“Sì...ma io l’ho ordinato e voi mi avete chiamato per dirmi che è arrivato qui...quindi...”
“Che libro?”
Ripeto titolo e autore, il commesso digita sulla tastiera e poi dice: “Ah sì, è arrivato.”
Ma dai?
La gente non ascolta più, proprio questo mi fa imbestialire. Il commesso elaborava la sua rispostina del cavolo, mentre io parlavo e così non ha sentito quello che dicevo.
Ovviamente quel tipo è così dalla nascita ed è molto probabile che si comporti così con tutti.
Certo è che alla Fnac non brillano per efficienza.
Sempre un sabato mattina, mentre guardavo stupita una signora che fotografava con il cellulare le pagine di un libro, una specie di manuale di yoga, è arrivato un ragazzo che ha interpellato un commesso.

“Buongiorno, ho sentito che Max Pezzali ha scritto un libro, dov’è?”
“Guarda là, nella sezione musica.”
Sorvoliamo sulla scelta del povero cliente, ma il commesso non poteva fargli vedere dov’era fisicamente il libro, invece di dirgli, in pratica, arrangiati? Ovviamente il malcapitato non l’ha trovato.
Mi faceva molta pena e mi sono interrogata a lungo circa la possibilità di dirgli dov’era il libro, visto che lo sapevo. Si trovava a un metro dal suo naso, uno scaffale più in là, e ce n’era una pila infinita accanto alla cassa, ma non potevo commettere un simile delitto. Che non lo trovasse, che rimanesse nell’ignoranza.
Per l’eternità.




sabato, 19 aprile 2008
Oggi parliamo di: Con le mani in tasca di Gianni Vesentini

cop_conlemaniintascaAmore, amicizia, ricerca della propria identità, in una parola: vita.
Di questo parla il romanzo breve di Gianni Vesentini che mi ha non poco stupito.
Un sabato pomeriggio mentre gironzolavo, la mia attenzione è stata catturata da una locandina: “Oggi alla 17.30 presentazione del libro di un giovane talento: Gianni Vesentini”.
Ovviamente mi sono catapultata all’incontro attirato da quel giovane talento e vi assicuro che il libro mi ha talmente convinto che sono proprio qui a parlarne. Avrete capito che in questa mia rubrica, io scrivo esclusivamente di libri che mi sono piaciuti, che ho apprezzato e che consiglio, ma non voglio tenervi sulle spine.
Il protagonista di questa storia è Sebastian, un giovane musicista, riflessivo, insicuro e tormentato che si muove in una Madrid appena accennata, sfocata.
L’intera vicenda si sviluppa nell’arco di poco più di una giorno (mattina, pomeriggio, sera, notte, di nuovo mattina) e ricorda il titolo di un film di Kim Ki-Duc.
Sebastian è un personaggio interessante che vive in bilico perpetuo tra ciò che dice e ciò che vorrebbe dire. Decide sempre lui cosa mostrare di sé, ma viene il momento in cui è impossibile continuare a censurarsi l’anima e il cuore.
L’unico problema è trovare il nostro vero, personale motivo di vita...” afferma ad un certo punto il protagonista e accanto a lui ad accompagnarlo nel cammino ci saranno Giulia, con cui vive un amore tenerissimo, quasi adolescenziale “...se guardi qualcosa di bello, vorresti che anche lei lo avesse visto” e Paco “ci sono poche persone al mondo [...].che hanno la capacità di dirci al momento giusto ciò che per noi è bene sentire”, l’amico di sempre.
La solita storia di ragazzi? No, nel racconto di Gianni Vesentini c’è molto di più.
Riusciamo a farci spazio tra i pensieri di Sebastian, avvertiamo le sue incertezze, viviamo le sue stesse emozioni eppure c’è qualcosa che non quadra, c’è quella voce narrante “Tu, Sebastian...” che non ci lascia in pace. Chi è il narratore di questa storia? Al lettore la risposta.
Una riuscita opera prima che se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, potrebbe essere stata maggiormente valorizzata da un lavoro di editing più meticoloso (non sono un’esperta, ma certe cose le vedo).
A Gianni l’augurio di continuare a scrivere e soprattutto a pubblicare.

Come si fa a parlare di sé, se nemmeno noi stessi capiamo chi siamo e cosa vogliamo dai nostri passi.”
(Con le mani in tasca, Gianni Vesentini, 2008, Il Filo)




venerdì, 11 aprile 2008
Oggi parliamo di: Altrove da me di Lucilla Galanti

altrove da me
Della trama non posso dirvi, né vi dirò molto, per tre motivi: non voglio svelare colpi di scena, non amo esporre le trame e, motivazione fondamentale, è oltremodo riduttivo condensare in poche righe una vicenda che ha a dir poco dell’incredibile.
Per il lettore insaziabile che reclama perlomeno un briciola di storia, mi limiterò al solo prologo che, di fatto, è una scintilla.
La protagonista dichiara di essere affetta da
Disagio (scritto proprio in questo carattere) “questa strana malattia progressiva e finora sconosciuta”. Il Disagio è una presenza costante nella vita della ragazza e lei ne è ossessionata. Basta scorrere le pagine per trovare questa parola scritta più e più volte. L’effetto è un pugno dapprima nell’occhio poi nello stomaco.
La narrazione è in prima persona, la protagonista registra tutto ciò che le accade e si soffre non solo con lei, ma come lei. Attenta a tenera a debita distanza quasi tutti, (se stessa, i genitori, del padre dice:”[...] quell’uomo che nonostante la vicinanza biologica non era per me che un perfetto estraneo”), trascina il lettore nel suo malessere.
È un libro inquietante, malato, disturbato, delirante, grottesco. Lucilla Galanti non ci risparmia
nemmeno le descrizioni più raccapriccianti ed è impietosa nel delineare situazioni facilmente riscontrabili nella vita di tutti i giorni. Difatti i piccoli eventi che sulla pagina si mescolano sono come il riflesso di una lente d’ingrandimento e servono per mettere in discussione noi stessi e gli altri.
Strani i personaggi che popolano questo romanzo. Vanno e vengono, ritornano dall’aldilà per una breve visita, forse esistono, forse non sono mai esistiti. Il confine tra realtà e irrealtà qui non è solo labile, non c’è proprio!
Scappa pure qualche sorriso. La protagonista è solita girovagare di notte con delle babbucce ai piedi “[...] una sorta di pantofole, lana fuori e pelo dentro [...] e con sotto una gomma piuttosto resistente che dava per metà l’aspetto di stivale da giardinaggio [...] ma siccome il giardinaggio non mi era particolarmente consono, decisi di utilizzarle per il passeggio notturno.” Per non parlare dei nomi degli animali. Il cane del Saggio (personaggio pazzesco) si chiama Can e il gatto della protagonista, Gatto fa una brutta fine. Addentratosi nel balcone di casa diventato una discarica a cielo aperto (la nostra girovaga in babbucce non ha un buon rapporto con l’ordine e la pulizia) muore: “Gatto l’ho lasciato lì dov’era, morto, e saperlo vicino mi fa ancora compagnia ogni tanto.
L’autrice sconfina in territori nuovi con la sua scrittura per accompagnare il tema del doppio che s’infila di continuo nella narrazione. La protagonista interroga di continuo la sua parte razionale e irrazionale, si assiste a trasformazioni continue e imprevedibili, in un crescendo di pathos ed esasperazione.
Non è un libro facile, né per il lettore, né per chi ora sta cercando le parole giuste per raccontarlo. È una bella sfida quella che ci lancia la scrittrice perché se i libri sono scrigni che lentamente si schiudono per rivelarci la loro luce, il libro di Lucilla Galanti è avvolto dalle tenebre e solo qualche fulmine improvviso e inaspettato che con intensità lacera la pagina, può illuminarci per brevissimi istanti.

“Io amo il tramonto perché porta notizia di qualcosa che sta finendo.”
(Altrove da me, Lucilla Galanti, 2008, I sognatori)




giovedì, 27 marzo 2008
Oggi parliamo di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy

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Solitamente non amo vedere film tratti da libri che ho letto perché la mia immaginazione viene sempre tradita dalle immagini proiettate sullo schermo. La versione cinematografica e la “versione lettrice”, non combaciano mai, ma questa volta ho affrontato il processo inverso, prima film e poi libro.
Ecco la trama. Tra Texas e Messico s’intrecciano le vite di tre uomini: Llewelyn Moss, il fuggitivo con in mano una valigetta piena di soldi, l’inseguitore Anton Chigurgh, incarnazione del male e lo sceriffo Bell oramai vecchio e stanco.
Il film pur essendo molto fedele al libro, si concentra sulla figura di Chigurgh che segue una diabolica filosofia di morte. Lui uccide, punto. Non lo fa per soldi, per sete di sangue, per necessità o altro, lui uccide.
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La scelta dei Coen è stata abbastanza ovvia. Chigurgh è un personaggio unico, già inserito nella storia del cinema tra i grandi cattivi. Ottima la scelta dell’assurdo parrucchino e del bravissimo attore. Inutile dire che si rimane affascinati da Chigurgh.
Nel libro, invece, il vero protagonista è lo sceriffo Bell. La narrazione difatti è interrotta da pagine zeppe di pensieri di Bell che non riesce a spiegare la violenza che tiene in pugno il mondo. Scuote la testa chiedendosi dove siano finiti i valori del passato fino ad arrivare a concludere che: “quando non si sente più dire Grazie e Per favore, vuol dire che la fine è vicina.”
Lo sceriffo è inerme nei confronti dell’improvvisa esplosione di crimine nella sua contea: Moss trova la valigetta a pochi chilometri di distanza da un regolamento di conti tra narcotrafficanti crivellati di colpi, Chigurgh si lascia alle spalle una lunga scia di morte.
Chigurgh è proprio la personificazione della violenza inaudita e inconcepibile (“ho la sensazione cha abbiamo di fronte qualcosa che non abbiamo mai visto prima”), davanti la quale lo sceriffo non può che arrendersi.
Si capisce che Bell è un sceriffo vecchio stampo. Contatta Carla Jean, moglie di Moss, cercando di farle capire che il marito è in brutto guaio, affronta la questione con cautela e forse non ha più la voglia né la forza di lanciarsi in una simile impresa. Non è un codardo, né un debole, è ancorato al passato e nelle sue parole la tristezza per un mondo che sta andando alla deriva, è vera e palpabile.

“Tu credi che quando ti svegli la mattina quello che è successo ieri non conta. Invece quello che è successo ieri è l’unica cosa che conta. Che altro c’è? La tua vita è fatta dei giorni che hai vissuto. Non c’è altro. Magari pensi di poter scappare via e cambiare nome o non so cosa. Di ricominciare daccapo. E poi una mattina ti svegli, guardi il soffitto e indovina chi è la persona sdraiata nel letto?”

“E lei? Perché non mi parla dei suoi nemici?
Io non ho nemici. Non permetto che esistano.”

(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy, 2005, Einaudi)




sabato, 15 marzo 2008
Mercoledì sono andata a Padova per la rassegna d’incontri “Lo scaffale degli scrittori”, ospite Andrea De Carlo.
L’incontro è stato scandito da momenti musicali, Andrea suonava pianoforte e chitarra accompagnato dai tamburi dell’amico – musicista Arup Kanti Das conosciuto cinque anni fa.
Andrea ha trasformato il classico incontro con l’autore in una piacevole serata.
Questa la motivazione: “Non volevo fare i soliti incontri, non perché non fossero interessanti, non mi piaceva la liturgia del classico botta e risposta tra critico e scrittore, volevo creare un incontro tra scrittore e lettore perché sono i due lati della stessa medaglia, sono come due soci di un unico gioco.
Mi piace il miracolo dell’incontro. É affascinante, non spiegato. C’è un mistero che ruota attorno alla motivazione che spinge a scrivere o a leggere e a questo servono gli incontri: le esperienze individuali e solitarie di scrittura e lettura vengono condivise e diventano un momento collettivo.”

Dopo questa breve presentazione, Andrea usa un espediente per far partecipare anche i più timidi. Suggerisce di scrivere domande o anche sole parole su bigliettini di carta, Arup poi leggerà quanto scritto. L’ho trovata un’idea a dir poco geniale.
Riporto alcune risposte di Andrea e se vi sembreranno un po’ sconnesse è solo colpa mia visto che non sono riuscita a scrivere tutto. Spero di non averne travisato il senso.

Quando scrivi, come fai a rendere universale un sentimento individuale?
Uno scrittore può correre dietro quello che vuole il lettore, ma io scrivo le cose che sento, che vivo, che devo raccontare, poi può succedere che in queste storie alcuni si rivedano.

Quanto sei dentro ai tuoi personaggi?
Alcuni sono come uno specchio, altri sono lontanissimi da me, ma poi mi avvicino ed è la cosa più interessante che può capitarmi perché vedo il mondo da un altro punto di vista. La cosa più importante quando scrivo è “come sarebbe se...”.

Ci parli del tuo incontro con Calvino?

Sono stato influenzato dai suoi libri fin dalle medie quando lessi “Il barone rampante”, scritto in un italiano perfetto.
Quando scrissi il mio primo libro non lo mandai all’Einaudi, sicuro che non l’avrebbero letto, poi su consiglio di un amico lo inviai. Dopo alcuni mesi, Calvino mi chiamò per dirmi che gli era piaciuto. Devo riconoscenza per più di un motivo a Calvino.

Dimmi una ragione per leggere un tuo libro.
Non te lo dirò mai. Leggere è come incontrare una persona, succede, non ci sono ragioni.

Scrivendo quando decidi che una storia è finita?
Si sente. Alcuni seguono uno schema, altri si addentrano in una giungla e si fanno strada eliminando la vegetazione, ma la fine è sempre una sorpresa. Mi può capitare di scrivere 200 pagine e di aver voglia di scriverne altrettante, come in “Due di due”.
É come progettare un viaggio senza mappe, ma nel viaggio succede sempre qualcosa d’inaspettato. La fine arriva inaspettata.

Il tuo rapporto con Milano.
Ho un rapporto conflittuale con Milano che secondo me è la negazione della vita naturale delle persone. È una città che concede poco a chi ci vive, oltretutto è poco italiana perché mancano i luoghi d’aggregazione come le piazze che gli stranieri tanto c’invidiano.
É un sistema di canali di scorrimento del traffico per andare da un ufficio all’altro.

Ci dai un anticipo della trama di “Durante”?
É la storia di un personaggio che si chiama Durante, ma non voglio raccontarlo perché tutto ruota intorno a lui. É un rivelatore, rilevatore. É la storia di un rivelatore.

Oltre a rispondere alle molte domande del pubblico e a suonare, Andrea ha letto un capitolo tratto da “I veri nomi”.
Un bellissimo incontro non c’è che dire, insolito e inaspettato.




lunedì, 10 marzo 2008
Questo sassolino dalla scarpa devo proprio togliermelo.
Sono giorni che ci penso e non posso fare finta di niente. Leggendo un articolo sul Venerdì di Repubblica, a momenti mi piglia un colpo.
Il titolo è profetico “I giovani scrittori degli anni Duemila?I bravi sono pochi. Da preservare.”.
Sbrano letteralmente la pagina alla ricerca dei giovani scrittori che hanno più o meno la mia età. L’intervistato è Angelo Guglielmi, un critico famoso per le sue stroncature, che lamenta la carenza di creatività in ambito artistico e letterario di questi anni.
Che novità, aggiungo io. Il solito disfattismo à gogo.
Continuo la lettura dell’articolo e noto con piacere che l’ultimo numero della rivista Nuovi Argomenti porta una ventata di freschezza e presenta i nuovi scrittori “accomunati da una tematica analoga: una tendenza a tornare alla sfera personale, ai temi del corpo, della famiglia, degli affetti, delle esperienze in prima persona, dopo gli anni del pulp e del post-realismo.”
Sento un gorgoglio nell’anima, che gioia, che felicità! Finalmente!
Tra i nomi elencati mi colpisce quello di Giacomo Cardaci (autore della raccolta di racconti Alligatori al Parini, Mondadori) che per Nuovi Argomenti scrive “Crioconservazione, la storia di un giovane gay malato di cancro che, temendo di perdere la fertilità con la chemio, deposita il proprio sperma...”. Cosa?!
Non mi permetto di giudicare il racconto di Cardaci visto che non l’ho letto. Ho preso in esame lui, perché caso emblematico, ma non posso esimermi dall’esprimere tutta la mia delusione nel constatare la scelta di certe tematiche. Poco sopra non si parlava di sfera personale, affetti, famiglia?
Proprio in questi giorni ho letto lo scritto, (perché non me la sento di usare una bella parola come “libro”) di una giovane esordiente che se fosse stato per me non avrei mai fatto esordire. La ragazza ha inseguito le stesse tematiche che servono solamente a stupire e a far spalancare la bocca emettendo un prolungato “ohhh...quanto è brava ad affrontare certi temi, ci vuole un bel coraggio”, (io ho solo detto puà!).
No, coraggio un bel cavolo. Ci vuole testa, capacità e una conoscenza approfondita.
Non si possono spiattellare sulla pagina certi argomenti, gonfiarsi il petto e sentirsi grandi scrittori.
E caro Guglielmi, se me lo permette, sbaglia a dichiarare che: “un’opera d’arte nasce solo da un gesto di rottura [...] che oggi, negli autori migliori, avviene nella scelta delle storie o nella definizione dei personaggi: propongono vicende al limite dell’incredibile o addirittura assurde...”.
Per carità, il mio motto è scrivi e lascia scrivere, ma io vorrei che qualcuno mi spiegasse perché sente il bisogno di addentrarsi in simili foreste inaccessibili quali l’omosessualità, l’anoressia, l’eutanasia, l’aborto, che io non voglio nemmeno sfiorare con la mia penna ignorante.
Si può parlare anche d’altro senza rincorrere il sensazionale.
La creatività non è messa in crisi dalla mancanza d’idee, ma dalla mancanza di qualità delle idee.
Io resto dell’idea che alcuni cavalchino l’onda del momento. Anche questa passerà.




sabato, 08 marzo 2008
Caro lettore,
pensavi di averla scampata, vero? Ti sbagliavi. Dopo una breve sosta si riparte alla grande!

Il libro di oggi è Giorni di luglio di Hesse

giorni di luglio Di Hesse bisogna leggere tutto e sottolineo bisogna perché nei suoi libri si trovano tutte le risposte.
I personaggi di Hesse s’incamminano sul sentiero dell’interiorità e c’invitano a seguirli.
Starete pensando – cara pungola, alle superiori mi hanno fatto leggere Siddharta. Non ci ho capito niente e non mi è piaciuto un granché -.
Avete ragione. Anch’io ho dovuto leggere Siddharta a 16 anni, senza alcuna preparazione. Brancolavo nel buio, non sapevo chi era l’autore, perché aveva scritto quel libro e infatti voltata l’ultima pagina, già mi ero dimenticata quello che avevo letto, però qualcosa mi era rimasto dentro. Un sentimento vago e indistinto che mi avrebbe spinto a riprenderlo in mano più avanti.
Non possiamo pensare di passare da un giorno all’altro dal caffè zuccherato al caffè amaro.
Se volete affrontare Hesse, io sconsiglio di partire da Siddharta. Iniziate invece dai racconti, magari proprio da questo racconto, Giorni di luglio, tratto dalla raccolta Diesseits, o da Fantasma di mezzogiorno e altri racconti, ecc.
Io posso capire che la tentazione di leggere i romanzi più importanti di Hesse sia grande, ma i racconti spesso sono come delle piccole tessere che vanno a comporre un grande mosaico.
Giorni di luglio è la storia di un adolescente, Paul Abderegg, sconvolto nelle sue quiete giornate estive dall’incontro con la bella signorina Thusnelde.
Storie così non si scrivono più perché cose del genere non accadono più. É inconcepibile sussultare per un polso che scappa fuori da una manica, per una mano che si posa su un’altra, per uno sguardo, eppure io sono convinta che anche se i modi sono cambiati, le emozioni sono le stesse: “[...] provava di nuovo e sempre la medesima cosa: un crampo soffocante dei nervi o delle vene, una leggera vertigine e una pressione al capo, un’arsura in gola e un sussultare paralizzante, irregolare e bizzarro del cuore, come se il polso avesse cessato di battere. Ma era bello, per quanto male facesse.”

(Giorni di luglio, Hermann Hesse, 1907, Tea)




lunedì, 25 febbraio 2008
Caro amico cara amica,
lo sai che i dati Istat confermano un calo nella lettura nel 2007? I risultati dicono che solo 43 italiani su 100 leggono almeno un libro in un anno. Un libro.
Devi sapere che chi legge tanto, legge ancora di più, mentre chi legge poco, legge ancora di meno.
Non prendere paura, lungi da me farti la lezioncina sull’importanza della lettura.
Tu puoi impiegare il tuo tempo libero come meglio ti aggrada, a me che me frega?
Sappi però, che circolano delle brutte voci sulla lettura, tipo che i libri costino troppo. Mi trovi pienamente d’accordo, neanch’io spenderei 15 euro se non più, per un solo libro. Per molti libri invece, sì.

Settimana dal 18 al 24 febbraio.
Libri acquistati:
1. Addio Gul’sary, Ajtmatov, Mursia € 1
2. Quei favolosi anni da cani, Viewegh, Mondadori € 1.50
3. Poesie in prosa, Turgenev, L’argonauta € 1
4. La principessa Zizi, Odoevskij, L’argonauta € 1
5. La leggenda del libro che non c’è, Wharlon, Sperling & Kupfer € 1.50
6. All’alba di una nebulosa giovinezza, Platonov, Mondadori € 2.50
7. L’uomo che portava felicità, Federspiel, Edizioni € 0.50
8. Il richiamo della foresta, Zanna bianca e altre storie di cani, London, Newton Compton € 4.80
9. Racconti sentimentali, Zoscenko, Editori Riuniti € 0.99
10. Le confessioni, S. Agostino, Bur € 4.90

Tot. € 19.69 - Libri acquistati: 10

Ho preso in considerazione una settimana un po’ particolare e non pensavo di aver comprato tanti libri, ah!
Potrai dirmi: “Scorrendo la lista, cara pungola, penso che i tuoi gusti letterari facciano alquanto schifo. Noto strani scrittori di cui ignoravo l’esistenza e sono libri che io non leggerei mai .”
Non posso darti torto, ma sai spendere 18 euro per l’ultimo di Follet, non mi pare un affare.
Questi sono libri che occupano poco spazio in libreria, le copertine sono morbide, puoi comodamente leggerli a letto senza che i tre chili di Follet ti spacchino lo sterno e hanno al massimo 150 – 200 pagine facilmente leggibili in una settimana.
Tralascia i titoli in oggetto (in passato ho scovato Moravia, Tabucchi, Poe, Tozzi, Calvino, Mann, Bachmann...) e guarda il prezzo.
Ho approfittato dello sconto del 30% della Bur e del 20% per la Newton, due libri li ho acquistati a peso all’ipermercato (5 euro a chilo), il resto arriva da una libreria Reminders e da un’altra che elimina le scorte in magazzino.
I libri costano troppo: vero o falso? FALSO (se hai la pazienza di cercarli).

Sto ascoltando: Baustelle - Amen