sabato, 10 maggio 2008
Oggi parliamo di La passione della scrittura di Katherine Mansfield

Una recensione su un libro di recensioni ah ah!
A parte gli scherzi, quello che tengo fra le mani è un piccolo gioiello prezioso e indispensabile per chi legge, scrive, per semplici appassionati di lettura.
Il titolo trae in inganno e si può benissimo pensare a un saggio sulla scrittura della Mansfield, invece tra le pagine si scoprono cose molto più interessanti.
Si tratta di una raccolta di recensioni apparse su Athenaeum, la rivista diretta dal marito della scrittrice, tra l’aprile del ’19 e il dicembre del ’20.
Nella prefazione si legge di come il marito Murry e i redattori da lui scelti Huxley e Sullivan si accaparrassero i libri più interessanti che arrivavano in redazione, mentre alla Mansfield venissero lasciati libri mediocri, destinati a scomparire dalla memoria del lettore.
Sebbene la lettura dei testi rubasse tempo prezioso alla scrittura e la salute già compromessa le procurasse difficoltà non indifferenti, la scrittrice portava avanti con dedizione il suo impegno.
Siamo di fronte a molto più che semplici recensioni peraltro scritte così magistralmente da far impallidire i grandi, o coloro che si ritengono tali, critici letterari.
La scrittrice non si ferma ad analizzare i soli aspetti contenutistici o formali, ma conduce una riflessione approfondita del testo e ne ricava delle considerazioni non da poco.
La cosa che più mi ha stupito è proprio l’attualità di queste recensioni.
Riguardo a quegli scrittori che sfornano libri a distanza di uno, due anni, tutti immancabilmente simili tra loro, scrive: “Il loro scopo principale è quello di non mostrare mai un segno di cambiamento...portare per così dire, i propri lettori a fare una gita, fermandosi sempre allo stesso albergo in cui tutto è noto, dai volti dei camerieri all’ubicazione del bagno, fino alla forma dei salatini che si accompagnano al formaggio.”
C’è niente di più vero?
E ancora: “Ma i grandi scrittori del passato non sono mai stati degli intrattenitori. Sono stati investigatori, esploratori, pensatori. Il loro scopo è stato quello di rivelare un po’ del mistero della vita.”
Potrei ricopiare interi brani e leggendoli vi trovereste a esclamare: “Caspita, è proprio vero!”.
Mi ha sorpreso l’uso dell’ironia, tagliente a dir poco e il sapiente impiego delle metafore.
A dispetto del tema trattato, quindi, queste recensioni sono un’ottima lettura e sono sicura che saranno preludio all’acquisto di una bella raccolta di racconti della scrittrice.
Come non desiderare di avanzare perlomeno di un gradino verso il genio della Mansfield?

“Leggere, per la grande maggioranza della gente, non è una passione, ma un passatempo, e scrivere, per molti autori moderni, è un passatempo e non una passione.”
(La passione della scrittura, Katherine Mansfield, i Nani Baldini&Castoldi, 1999)




sabato, 19 aprile 2008
Oggi parliamo di: Con le mani in tasca di Gianni Vesentini

cop_conlemaniintascaAmore, amicizia, ricerca della propria identità, in una parola: vita.
Di questo parla il romanzo breve di Gianni Vesentini che mi ha non poco stupito.
Un sabato pomeriggio mentre gironzolavo, la mia attenzione è stata catturata da una locandina: “Oggi alla 17.30 presentazione del libro di un giovane talento: Gianni Vesentini”.
Ovviamente mi sono catapultata all’incontro attirato da quel giovane talento e vi assicuro che il libro mi ha talmente convinto che sono proprio qui a parlarne. Avrete capito che in questa mia rubrica, io scrivo esclusivamente di libri che mi sono piaciuti, che ho apprezzato e che consiglio, ma non voglio tenervi sulle spine.
Il protagonista di questa storia è Sebastian, un giovane musicista, riflessivo, insicuro e tormentato che si muove in una Madrid appena accennata, sfocata.
L’intera vicenda si sviluppa nell’arco di poco più di una giorno (mattina, pomeriggio, sera, notte, di nuovo mattina) e ricorda il titolo di un film di Kim Ki-Duc.
Sebastian è un personaggio interessante che vive in bilico perpetuo tra ciò che dice e ciò che vorrebbe dire. Decide sempre lui cosa mostrare di sé, ma viene il momento in cui è impossibile continuare a censurarsi l’anima e il cuore.
L’unico problema è trovare il nostro vero, personale motivo di vita...” afferma ad un certo punto il protagonista e accanto a lui ad accompagnarlo nel cammino ci saranno Giulia, con cui vive un amore tenerissimo, quasi adolescenziale “...se guardi qualcosa di bello, vorresti che anche lei lo avesse visto” e Paco “ci sono poche persone al mondo [...].che hanno la capacità di dirci al momento giusto ciò che per noi è bene sentire”, l’amico di sempre.
La solita storia di ragazzi? No, nel racconto di Gianni Vesentini c’è molto di più.
Riusciamo a farci spazio tra i pensieri di Sebastian, avvertiamo le sue incertezze, viviamo le sue stesse emozioni eppure c’è qualcosa che non quadra, c’è quella voce narrante “Tu, Sebastian...” che non ci lascia in pace. Chi è il narratore di questa storia? Al lettore la risposta.
Una riuscita opera prima che se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, potrebbe essere stata maggiormente valorizzata da un lavoro di editing più meticoloso (non sono un’esperta, ma certe cose le vedo).
A Gianni l’augurio di continuare a scrivere e soprattutto a pubblicare.

Come si fa a parlare di sé, se nemmeno noi stessi capiamo chi siamo e cosa vogliamo dai nostri passi.”
(Con le mani in tasca, Gianni Vesentini, 2008, Il Filo)




venerdì, 11 aprile 2008
Oggi parliamo di: Altrove da me di Lucilla Galanti

altrove da me
Della trama non posso dirvi, né vi dirò molto, per tre motivi: non voglio svelare colpi di scena, non amo esporre le trame e, motivazione fondamentale, è oltremodo riduttivo condensare in poche righe una vicenda che ha a dir poco dell’incredibile.
Per il lettore insaziabile che reclama perlomeno un briciola di storia, mi limiterò al solo prologo che, di fatto, è una scintilla.
La protagonista dichiara di essere affetta da
Disagio (scritto proprio in questo carattere) “questa strana malattia progressiva e finora sconosciuta”. Il Disagio è una presenza costante nella vita della ragazza e lei ne è ossessionata. Basta scorrere le pagine per trovare questa parola scritta più e più volte. L’effetto è un pugno dapprima nell’occhio poi nello stomaco.
La narrazione è in prima persona, la protagonista registra tutto ciò che le accade e si soffre non solo con lei, ma come lei. Attenta a tenera a debita distanza quasi tutti, (se stessa, i genitori, del padre dice:”[...] quell’uomo che nonostante la vicinanza biologica non era per me che un perfetto estraneo”), trascina il lettore nel suo malessere.
È un libro inquietante, malato, disturbato, delirante, grottesco. Lucilla Galanti non ci risparmia
nemmeno le descrizioni più raccapriccianti ed è impietosa nel delineare situazioni facilmente riscontrabili nella vita di tutti i giorni. Difatti i piccoli eventi che sulla pagina si mescolano sono come il riflesso di una lente d’ingrandimento e servono per mettere in discussione noi stessi e gli altri.
Strani i personaggi che popolano questo romanzo. Vanno e vengono, ritornano dall’aldilà per una breve visita, forse esistono, forse non sono mai esistiti. Il confine tra realtà e irrealtà qui non è solo labile, non c’è proprio!
Scappa pure qualche sorriso. La protagonista è solita girovagare di notte con delle babbucce ai piedi “[...] una sorta di pantofole, lana fuori e pelo dentro [...] e con sotto una gomma piuttosto resistente che dava per metà l’aspetto di stivale da giardinaggio [...] ma siccome il giardinaggio non mi era particolarmente consono, decisi di utilizzarle per il passeggio notturno.” Per non parlare dei nomi degli animali. Il cane del Saggio (personaggio pazzesco) si chiama Can e il gatto della protagonista, Gatto fa una brutta fine. Addentratosi nel balcone di casa diventato una discarica a cielo aperto (la nostra girovaga in babbucce non ha un buon rapporto con l’ordine e la pulizia) muore: “Gatto l’ho lasciato lì dov’era, morto, e saperlo vicino mi fa ancora compagnia ogni tanto.
L’autrice sconfina in territori nuovi con la sua scrittura per accompagnare il tema del doppio che s’infila di continuo nella narrazione. La protagonista interroga di continuo la sua parte razionale e irrazionale, si assiste a trasformazioni continue e imprevedibili, in un crescendo di pathos ed esasperazione.
Non è un libro facile, né per il lettore, né per chi ora sta cercando le parole giuste per raccontarlo. È una bella sfida quella che ci lancia la scrittrice perché se i libri sono scrigni che lentamente si schiudono per rivelarci la loro luce, il libro di Lucilla Galanti è avvolto dalle tenebre e solo qualche fulmine improvviso e inaspettato che con intensità lacera la pagina, può illuminarci per brevissimi istanti.

“Io amo il tramonto perché porta notizia di qualcosa che sta finendo.”
(Altrove da me, Lucilla Galanti, 2008, I sognatori)




giovedì, 27 marzo 2008
Oggi parliamo di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy

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Solitamente non amo vedere film tratti da libri che ho letto perché la mia immaginazione viene sempre tradita dalle immagini proiettate sullo schermo. La versione cinematografica e la “versione lettrice”, non combaciano mai, ma questa volta ho affrontato il processo inverso, prima film e poi libro.
Ecco la trama. Tra Texas e Messico s’intrecciano le vite di tre uomini: Llewelyn Moss, il fuggitivo con in mano una valigetta piena di soldi, l’inseguitore Anton Chigurgh, incarnazione del male e lo sceriffo Bell oramai vecchio e stanco.
Il film pur essendo molto fedele al libro, si concentra sulla figura di Chigurgh che segue una diabolica filosofia di morte. Lui uccide, punto. Non lo fa per soldi, per sete di sangue, per necessità o altro, lui uccide.
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La scelta dei Coen è stata abbastanza ovvia. Chigurgh è un personaggio unico, già inserito nella storia del cinema tra i grandi cattivi. Ottima la scelta dell’assurdo parrucchino e del bravissimo attore. Inutile dire che si rimane affascinati da Chigurgh.
Nel libro, invece, il vero protagonista è lo sceriffo Bell. La narrazione difatti è interrotta da pagine zeppe di pensieri di Bell che non riesce a spiegare la violenza che tiene in pugno il mondo. Scuote la testa chiedendosi dove siano finiti i valori del passato fino ad arrivare a concludere che: “quando non si sente più dire Grazie e Per favore, vuol dire che la fine è vicina.”
Lo sceriffo è inerme nei confronti dell’improvvisa esplosione di crimine nella sua contea: Moss trova la valigetta a pochi chilometri di distanza da un regolamento di conti tra narcotrafficanti crivellati di colpi, Chigurgh si lascia alle spalle una lunga scia di morte.
Chigurgh è proprio la personificazione della violenza inaudita e inconcepibile (“ho la sensazione cha abbiamo di fronte qualcosa che non abbiamo mai visto prima”), davanti la quale lo sceriffo non può che arrendersi.
Si capisce che Bell è un sceriffo vecchio stampo. Contatta Carla Jean, moglie di Moss, cercando di farle capire che il marito è in brutto guaio, affronta la questione con cautela e forse non ha più la voglia né la forza di lanciarsi in una simile impresa. Non è un codardo, né un debole, è ancorato al passato e nelle sue parole la tristezza per un mondo che sta andando alla deriva, è vera e palpabile.

“Tu credi che quando ti svegli la mattina quello che è successo ieri non conta. Invece quello che è successo ieri è l’unica cosa che conta. Che altro c’è? La tua vita è fatta dei giorni che hai vissuto. Non c’è altro. Magari pensi di poter scappare via e cambiare nome o non so cosa. Di ricominciare daccapo. E poi una mattina ti svegli, guardi il soffitto e indovina chi è la persona sdraiata nel letto?”

“E lei? Perché non mi parla dei suoi nemici?
Io non ho nemici. Non permetto che esistano.”

(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy, 2005, Einaudi)




venerdì, 21 marzo 2008
Caro lettore,
cosa caspita mi sta succedendo? Neanche questa settimana riuscirò a garantire la pseudo recensione e non riesco a spiegarmi perché.
Leggo molto eppure mi sembra di non leggere. Non riesco a terminare un libro che sia uno.
Avanzo ogni sera di trenta pagine, ma non arrivo mai alla fine. Forse rileggo sempre le solite trenta pagine? Può essere. In effetti, ho sempre desiderato essere la protagonista di uno di quei film in cui la storia si ripete mille volte e i gesti si susseguono tutti uguali e le parole sono le stesse...si chiama routine, pungola e tu ci sei dentro. Ah, allora no.
Dicevo che non riesco ad arrivare all’ultima pagina di un libro. Sto leggendo “Non è un paese per vecchi” di McCarthy sperando che il libro metta a tacere tutti i miei “perché” sollevati in sala mentre guardavo il film, ma perché fa così? Ma perché fa colà?, e non azzardatevi a dirmi che non c’è un finale e che rimarrò con la bocca a culo di gallina (protendere le labbra in avanti, emettere un strettissimo ohhh, spalancare gli occhi).
Inoltre ho lasciato a metà “Uto” di De Carlo perché a pagina 114, ho avuto una crisi. Non riuscirò mai a finirlo, ho urlato nel cuore della notte.
Portare avanti più letture non è una buona tattica. Uno pensa di essere furbo, di guadagnare tempo e invece il piacere della lettura un po’ si perde, ma io lo faccio perché durante una conversazione, mi spiace veramente tanto non aver letto il libro di cui si sta parlando. Gli angoli della bocca si piegano all’ingiù e mi riprometto di leggerlo al più presto, poi non lo faccio perché ne ho altri dieci prima da leggere.
Per non parlare di quando mi chiedono se ho letto tutti i libri di quel determinato autore. No, non mi sembra giusto leggere tutto di uno scrittore e ignorare perfino l’esistenza di un altro. Per non far torto a nessuno, saltò qua e là e così non posso mai dire se mi piaccia di più il Tolstoj di “Guerra e pace” o di “Resurrezione”.
Io vorrei soltanto una cosa: triplicarmi per poter leggere di più, oppure avere la cultura di un lettore ottantenne, tenendo il mio corpo, anzi no, sostituendolo con quello di Charlize Theron.
Bè, insomma, avete capito.




sabato, 08 marzo 2008
Caro lettore,
pensavi di averla scampata, vero? Ti sbagliavi. Dopo una breve sosta si riparte alla grande!

Il libro di oggi è Giorni di luglio di Hesse

giorni di luglio Di Hesse bisogna leggere tutto e sottolineo bisogna perché nei suoi libri si trovano tutte le risposte.
I personaggi di Hesse s’incamminano sul sentiero dell’interiorità e c’invitano a seguirli.
Starete pensando – cara pungola, alle superiori mi hanno fatto leggere Siddharta. Non ci ho capito niente e non mi è piaciuto un granché -.
Avete ragione. Anch’io ho dovuto leggere Siddharta a 16 anni, senza alcuna preparazione. Brancolavo nel buio, non sapevo chi era l’autore, perché aveva scritto quel libro e infatti voltata l’ultima pagina, già mi ero dimenticata quello che avevo letto, però qualcosa mi era rimasto dentro. Un sentimento vago e indistinto che mi avrebbe spinto a riprenderlo in mano più avanti.
Non possiamo pensare di passare da un giorno all’altro dal caffè zuccherato al caffè amaro.
Se volete affrontare Hesse, io sconsiglio di partire da Siddharta. Iniziate invece dai racconti, magari proprio da questo racconto, Giorni di luglio, tratto dalla raccolta Diesseits, o da Fantasma di mezzogiorno e altri racconti, ecc.
Io posso capire che la tentazione di leggere i romanzi più importanti di Hesse sia grande, ma i racconti spesso sono come delle piccole tessere che vanno a comporre un grande mosaico.
Giorni di luglio è la storia di un adolescente, Paul Abderegg, sconvolto nelle sue quiete giornate estive dall’incontro con la bella signorina Thusnelde.
Storie così non si scrivono più perché cose del genere non accadono più. É inconcepibile sussultare per un polso che scappa fuori da una manica, per una mano che si posa su un’altra, per uno sguardo, eppure io sono convinta che anche se i modi sono cambiati, le emozioni sono le stesse: “[...] provava di nuovo e sempre la medesima cosa: un crampo soffocante dei nervi o delle vene, una leggera vertigine e una pressione al capo, un’arsura in gola e un sussultare paralizzante, irregolare e bizzarro del cuore, come se il polso avesse cessato di battere. Ma era bello, per quanto male facesse.”

(Giorni di luglio, Hermann Hesse, 1907, Tea)




venerdì, 22 febbraio 2008
Il libro di oggi è L’uomo sentimentale di Javier Marías

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Nello scegliere i libri affidatevi al vostro istinto, potreste incappare in piacevoli sorprese.
È successo così: bighellonavo in libreria quando lo sguardo si è posato su un mucchietto di libri accanto la finestra. Ho visto un volumetto dalla copertina poco attraente, ma dal titolo perfetto “L’uomo sentimentale”. L’ho preso in mano, ho letto il nome dell’autore e ho fatto appello alle mie conoscenze, ma niente. Marías non mi diceva niente.
Nonostante eviti accuratamente di comprare libri di cui non so una cippalippa, quel libro aveva un titolo troppo affascinante per lasciarlo lì dov’era.
Questo lungo preambolo, per dirvi che quel giorno non ho solamente acquistato un libro straordinario, ma mi sono addirittura innamorata di questo libro, non solo dal punto di vista strettamente letterario.
Ho avuto un rapporto fisico con “L’uomo sentimentale”. Ho preferito le ore notturne per leggerlo (me lo sono portata a letto e l’ho volutamente posato sul cuscino appena prima di addormentami per averlo accanto), l’ho sottolineato, segnato, ho fatto la classica “orecchia” alla pagina e terminata la lettura sono stata colta da un profondo senso di prostrazione. Ditemi voi, se non è fisico questo...
Riassumere la trama è quasi riduttivo. È una storia d’amore fatta di un prima e di un dopo, di un’attesa e di un ricordo, di un presente non vissuto, ma di un futuro sospirato e di un passato accennato.
Il protagonista, un famoso tenore catalano, Natalia donna afflitta da dissoluzioni malinconiche e il signor Manur, dagli occhi color cognac marito di Natalia, sono gl’interpreti di un bizzarro triangolo amoroso.
Di solito evito le storie che parlano d’amore perché scivolano tutte nello scontato e nel banale, ma questa è diversa perché Marías non ci ammorba con inutili paginette di amplessi, baci, screzi e finti sentimenti, ma c’insegna che è l’immaginazione il combustibile dell’amore.

[...] si limitavano a giacere per otto ore cancellate dalla memoria diurna in uno stesso letto, senza guardarsi, senza toccarsi, senza neppure sfiorarsi nei sogni, due corpi vicini notte dopo notte e reciprocamente dimenticati da anni.
(L’uomo sentimentale, Javier Marías, Einaudi)




venerdì, 15 febbraio 2008
Caro lettore,
è giunto il momento tanto atteso di presentarti uno tra i miei scrittori preferiti: Bulgakov.
Forse non saprai che io nutro una profonda passione per la letteratura russa.
Appresa questa notizia, so per certo che avrai abbandonato questo blog, ma fai male perché oggi parliamo di...

Cuore di cane
di Michail A. Bulgakov

cuore di cane
Piccolo libro, grande piacere.
Si narra delle avventure tragicomiche di un cagnolino, Pallino, sottoposto a un esperimento da un pazzo luminare che gli trapianta l’ipofisi e le ghiandole seminali di un ladro morto.
Pallino diventa così un cane-uomo: assume sembianze umane, conserva atteggiamenti canini ed eredita le abitudini negative dell’avanzo di galera: si ubriaca, bestemmia, fuma, ci prova con le donne, rincorre i gatti, è invaso dalle pulci.
Questa vicenda è inserita in un contesto reale perché Pallino interagisce con le persone e la faccenda viene trattata come qualcosa di assolutamente normale. Si ha quasi l’impressione che un fatto del genere possa accadere sul serio.
Un aggettivo? Grottesco.
Il sorriso amaro che affiora sulle labbra del lettore non è dato solo dalla presa di coscienza della stupidità umana ma anche dalla consapevolezza che Bulgakov tramite questa vicenda voleva puntare il dito contro il cambiamento della società sovietica.
Come dirà Cortázar:” [...] scegliere un evento reale o fittizio che possegga quella misteriosa proprietà di irradiare qualcosa oltre se stesso al punto che divenga il riassunto implacabile di una certa condizione umana o il simbolo scottante di una situazione sociale o storica”.
E in questo, Bulgakov è un grande.

“Pallino io? Pallino vuol dire tondo, ben nutrito, stupido, uno di quelli che si rimpinzano di polentina, un figlio di genitori eminenti, mentre io sono qui arruffato spilungone, sbrindellato vagabondo sfiancato cane randagio.”
(Michail A. Bulgakov, Cuore di cane, Bur)




venerdì, 08 febbraio 2008
Non dovrei proporvi un libro anche oggi, - altrimenti sembra che io voglia scrivere solo di libri ed è proprio quello che vorrei fare, - ma non posso proprio abbandonare la rubrica al suo destino.

Il libro di oggi è Pensieri crudeli di Ugo Riccarelli

pensieri-crud
Perché scelgo proprio questo libricino di racconti tra tutti i romanzi di Ugo Riccarelli?
Semplice: proprio questo prezioso libretto mi ha fatto conoscere un grande scrittore.
Vi rimando a un post su un incontro avvenuto il giugno scorso dove ho avuto il piacere di conoscerlo e ho acquistato questo piccolo scrigno che tengo tra le mani. Undici brevi racconti che s’infilano tra le pieghe della memoria, che ho letto, riletto e rileggerò.
Questi racconti mi hanno fatto vacillare e ho seriamente pensato che non avrei mai più stretto tra le mani una penna. So che non scriverò mai un racconto come In merito alla morte di W.A.Mozart.
Capite, perciò, con chi abbiamo a che fare e perché vi consiglio di precipitarvi in libreria?
Sarebbe inutile raccontarvi le trame dei singoli racconti, posso dirvi però che in queste storie le persone non si macchiano delle crudeltà che immaginate.
Può essere crudele un pensiero o un gesto, conscio o inconscio. Vi faranno riflettere e capire che un po’ tutti siamo crudeli proprio perché siamo umani.

“Si vede che cammini, verso casa e anche da come cammini si vede che non mi vuoi più bene.”
(Pensieri crudeli, Ugo Riccarelli, Giulio Perrone Editore, 2006)

Sto ascoltando: Battiato – La cura




martedì, 05 febbraio 2008
In passato abbandonavo i libri che non mi piacevano. Ad un certo punto non riuscivo a continuarne la lettura, era più forte di me. Li riponevo nella libreria, lasciando il segnalibro sull’ultima pagina letta, ma non li dimenticavo. Ci passavo accanto e mi chiedevo se mai sarei riuscita a riprenderli in mano.
Una delle delusioni più grandi per me è proprio leggere un libro che non mi piace perché nella mia testa tutti i libri per il sol fatto di essere libri sono grandiosi.

Due settimane fa mi sono imbattuta in questo libro - La casa del sonno di Coe -.
Tutti ne parlavano bene da anni e l’ho preso, “violentadomi” in un certo senso. Uso questo termine forte per farvi capire che faccio molta fatica a leggere la letteratura contemporanea.
Nei “libri moderni” come li chiamo io, manca sempre qualcosa. Io sento che manca qualcosa.
Ho inframmezzato questo libro con un breve racconto di Mann e ho notato la differenza per quanto riguarda profondità di senso, introspezione, stile, lessico.
Ovviamente vi sono le eccezioni, vedasi Cavina e altri scrittori che avrò modi di presentarvi nel corso di queste settimane (oh oh).
Tornando a Coe, si sarà capito che il libro non mi è piaciuto e che penso di aver buttato soldi e tempo. Riluttante ho terminato la lettura perché non voglio più abbandonare i libri a metà, ma ho fatto una faticaccia.
A metà già non ne potevo più. La trama era una sorte di bosco intricato, più avanzavo più m’impigliavo tra nomi, fatti, personaggi e non vedevo la luce del sole filtrare tra i rami.
Una costruzione eccessiva, finta, impossibile. Non mi sembrava di leggere un libro, ma di risolvere un’equazione complicata e noiosa. Le storie dei personaggi si perdevano tra le pagine e lo scrittore le ripescava creando improbabili legami, situazioni paradossali e tutto aveva l’amaro sapore di “forzato”. Coe voleva forse far inghiottire al lettore un cucchiaio di olio di ricino?
Mi sono tornati alla mente quei film ingarbugliati, uno fra tutti Memento. Quel film mi è piaciuto, ma era un film.
Ora che ci penso questo libro mi sembra un romanzo tratto da un film. Senz’ombra di dubbio.
La conclusione poi, non è una conclusione, ma un’interruzione. Non spiega niente, non risolve niente e allora lasciatemelo dire: meglio Le avventure di Gordon Pym di Poe.
Da lettrice mi sono comportata come non avrei mai pensato di potermi comportare.
Per riuscire a finirlo, ho iniziato a leggerlo in ogni momento disponibile.
A volte capita che proprio non puoi aspettare, devi arrivare all’ultima pagina, il libro lo mangi, lo bevi, hai quasi un rapporto fisico con le pagine, la storia. Niente di tutto questo.
Si trattava di finirlo per non averlo più tra i piedi, per archiviarlo, per sbarazzarsene più in fretta possibile.
L’ho letto nelle pause pubblicitarie, con la tv accesa, ascoltando musica spagnola, pensando ad altro. Tutto, pur di finirlo.
Non so se ripeterò ancora la tremenda esperienza di terminare un libro a tutti i costi.
Forse lo farò, sbirciando di tanto in tanto Proust sul comodino.

Sto ascoltando: El vuelo – AA.VV.