giovedì, 16 agosto 2007
Vita da quartiere

Oscure minacce, nefasti avvertimenti dominano i dintorni di questo tranquillo angolo d’inferno, pardon paradiso, in cui vivo.
Da un po’ di tempo appaiono con cadenza regolare appesi ai lampioni, cartelli plastificati scritti con penna rossa che avvertono di tenere gli animali domestici entro i propri confini.
Alcuni autoctoni si sono autoincaricati (ricordiamolo) di tagliare l’erba delle aiuole vicino casa loro.
Ogni tanto ti svegliano il sabato mattina alle sei, interrompono la quiete di chi riposa, per tagliare quella benedetta erbetta.
I suddetti probabilmente hanno trovato qualche prezioso ricordino lasciato da qualche cagnolino o gattino che essendo animali la fanno dove vogliono. Fatto difficilissimo da comprendere, ovviamente.
Io, tanto per la cronaca, evito di far defecare il cane proprio lì, ma il gatto, essendo gatto, felino, senza guinzaglio e quindi ingovernabile, la fa dove gli pare.
Mi pare eccessivo, quindi, l’abuso che si fa in questi cartelli di punti esclamativi (circa dell’85% in un foglio A4), intimidazioni e cose del tipo: “ricordatevi che in questi casi c’è la denuncia.”
Io aggiungerei anche punizioni corporali, torture e in alcuni casi morte.
Questi vicini che s’improvvisano vigili dell’arredo urbano io non li capisco.
Il fatto che i loro figli scorrazzino con gli scooter trasformando le strade in piste da rally, bè quello è un fatto secondario.




venerdì, 10 agosto 2007
Risolto il grande mistero che per anni non mi ha fatto dormire la notte: la vicina mi vede da quella finestrella?
Nella casa accanto a me, dove la vicina ha fatto una strage in giardino e non contenta sta ricoprendo tutto con colate di cemento, fervono i lavori.
Demolisci il muretto divisorio, innalza la muraglia cinese, rimedia alle chiazze d’umidità che ricoprono i muri esterni e che fanno sembrare la casa la vacca della milka, ordina a un bulgaro in mutande di raggiungere il tetto per sistemare i coppi.
Un giorno poi si è svelato il mistero. Dalla finestra del mio bagno si vedeva questa finestrella coperta da una specie di grata. Io che mi barrico in bagno per paura che qualcuno possa entrare, mi sono sempre chiesta se qualcuno potesse vedermi dalle fessure di quella finestrella mentre io ero seduta sulla tazza.
Un giorno spalanco la finestra e chi ti vedo? Un bel condizionatore che esposto alla luce del giorno e al buio della notte reclama di essere ricoperto dalla sua bella grata.
Oh beata libertà, ora potrò finalmente defecare a finestre spalancate!
Salvo poi che non mi veda proprio il bulgaro in mutande...




mercoledì, 18 aprile 2007
Questa è l’Italia, non l’America, grazie.

Prassi vuole che se abiti in una casa singola, tu debba avere una siepe che preservi la tua privacy da sguardi indiscreti. Non si tratta più di tanto di paranoia, quanto di regole di civile convivenza.
Una siepe di Grategus circonda la mia casa. Trattasi di arbusto pungente che ha causato la foratura di piscine gonfiabili, palloni Supertele e della mia carne viva, quando andavo a schiantarmi. Si poteva piantare un altro tipo di siepe? Certo che sì, ma qui si è optato per la siepe più bastarda in circolazione.
Detto questo è comunque indispensabile, ultimata la costruzione della dimora, piantare la siepe. Guai ad esimersi da tale indispensabile compito.
Ieri per l’intera giornata una soave melodia accompagnava il canto degli uccellini: il rumore assordante di tre motoseghe! A fine giornata la siepe dell’amabile vicina, quella accanto, proprio cheek to cheek, con la quale non ci si scambia neppure un saluto di cortesia, era sparita. I rami giacevano a terra, le foglie sparse qua e là, la rete che separa le rispettive case sfoggiava la sua tremenda bruttura. Oh Gesù, aiutaci tu! – ho esclamato! Con gli occhi fuori dalle orbite, ho osservato il terribile sfacelo. Una siepe che aveva quasi vent’anni di vita. Veramente una bella siepe dal fogliame folto, che cresciuta in altezza celava e divideva. Un tipo d’arbusto che, tra l’altro, non aveva spine acuminate, non sporcava e più cresceva, più mi piaceva.
L’assordante motosega ha distrutto quasi vent’anni di siepe in poche ore. Vi rendete conto?
Ora scorgo, attraverso i fori della rete, tre case più in là. Oltretutto gli ometti che ieri si dilettavano nel distruggere la natura hanno pure segato per metà il bel manto d’edera che ricopriva il muretto accanto al mio ingresso. Eh signori, così non va! La siepe doveva rimanere lì, dov’era. A far ombra d’estate, a ingiallire d’autunno, a gelare d’inverno, a inverdire in primavera.

Che tristezza.




giovedì, 12 aprile 2007

Direttamente vomitati dall'inferno

E’ doveroso dedicare un capitolo di questa mirabolante rubrica ai deliziosi bimbetti che si aggirano come orde di lupi famelici nel mio quartiere. I fanciulli in questione (hanno un’età compresa tra i 3 e i 15 anni) sono dei veri teppisti. Scampia (con tutto il rispetto per Scampia), gli fa un baffo.
Terrorizzano vecchietti sorretti da badanti, scorazzando con le loro biciclette. Al grido di “il vecchietto, cento punti!”, tranciano le gambe dei suddetti sferrando potentissimi calci. Ho visto rotule volare via come petardi a capodanno.
Spaventano gli animali, quali gatti e cani che pacifici dormono nei loro giardinetti.
Fabbricano bombe carta. Non sto scherzando. Ad Halloween hanno infilato chissà cosa nella mia cassetta della posta. L’esplosione ha divelto la cassetta. Ho ritrovato il citofono bruciacchiato a molti metri di distanza. Non ero a casa quella sera, ma mi hanno raccontato che mio padre, incazzato come un toro, si è aggirato per il quartiere a pugno chiuso sbraitando:”figli di troia, figli di puttana!”. Mia madre ha interrogato i bimbetti-iena, scoprendo che la corruzione fagocita pure l’infanzia. Un membro della gang le ha detto con una faccetta d’angelo:”Signora, io le dico chi è stato, ma lei in cambio che cosa mi da?”.
Il turpiloquio è legge. Non passa giorno che non senta una nuova parolaccia o peggio, bestemmia, pronunciata dalle apparenti boccucce di rosa, tale da far tremare la volta celeste.
Anch’io da piccola mi aggiravo per il quartiere con i miei amichetti. Ho il vago ricordo di cartoncini che sfregandosi contro i raggi della bicicletta facevano trrrrr, casette sull’albero, guerre di gavettoni, mercatini all’aperto dove si vendevano Topolini e carabattole varie.

Gioventù bruciata.





martedì, 03 aprile 2007
I maniaci della macchina (ma che vanno in bicicletta)

I pittoreschi vicini che oggi vi presento sono a dir poco incredibili. Alle sei e mezza spaccate del mattino la signora si alza e con il sole o con la pioggia, d’estate o d’inverno inizia a pulire finestre, spazzare pavimenti, sbattere tappeti. Operazione che si ripete tutti i santi giorni compresi sabato e domenica, con la variante che il sabato lo fa con i bigodini in testa trattenuti da una simpatica nonché molto fashion retina.
Il detto “Dio li fa e poi li accoppia” è in questo caso mooolto azzeccato. Il marito infatti, aiuta la consorte nelle faccende di casa e il sabato pomeriggio si prodiga nella pulizia delle tre auto di famiglia. Non ho mai visto qualcuno essere tanto metodico quanto quell’uomo. Sempre al sabato, sempre al medesimo orario. La cosa strana è che lui non adopera la macchina per recarsi al posto di lavoro, bensì una poderosa bicicletta. Un pazzo. L’ho visto per strada sudare altro che sette camicie, pedalando sotto il sole cocente. L’ho visto d’inverno con i ghiaccioli appesi ai baffi. Compie il tragitto quattro volte al giorno perché torna sempre a casa a mangiare a mezzogiorno. Ogni volta penso: “Ma chi te lo fa fare benedetto uomo?”.
Le macchine sono perennemente in garage perché ovviamente nessuno le usa.
Immaginatevi la scena.
1) L’ometto scende in garage.
2) A una, a una parcheggia le tre macchine davanti casa (tra l’altro sono tre macchine uguali, giuro!).
3) Le dispone in modo che siano allineate perfettamente.
4) Inizia sempre da destra. Prima una macchina, poi l’altra e infine l’ultima.
5) Le lava fuori, le pulisce dentro.
6) Appena asciutte le riporta in garage.

I suddetti maniaci hanno tre figli.
Un punkettone incazzato perennemente con il mondo che ascolta musica a tutto volume le rare volte che i suoi escono.
Un ragazzo che pare normale (dico pare perché non lo vedo mai).
Un teppistello di 8 anni che ne combina di tutti i colori.

Non parliamo poi della casa. Da un po’ di anni abitano di fronte a me. La loro precedente residenza era ubicata due vie più in là. Nel giardino regna sovrana una folta boscaglia, dove sono presenti misteriose piante quali l’acero delle Ande, l’abete lituano, il cedro vietnamita e il cespuglio maltese. Non smettono di fare modifiche alla casa: il vialetto lastricato di ciottoli, la veranda, le tinte nuove. Tempo fa ho incontrato il punkettone incazzato in autobus. Abbiamo avviato un’interessante conversazione sul disagio giovanile e arrivati in prossimità di casa sua mi ha invitato ad entrare per farmi vedere i suoi disegni. Una luce accecante mi ha ferito gli occhi. Era tutto bianco. Muri bianchi, mobili bianchi, tappeti bianchi. Ho iniziato a barcollare. Non c’erano punti di riferimento, ci si perdeva in quella totale assenza di colore.
Me ne sono andata più in fretta che potevo.




martedì, 27 marzo 2007
Inauguro ufficialmente la rubrica: il vicino che non vorresti avere vicino.

Iniziamo col dire che io non conosco i miei vicini di casa.
Ebbene sì, non ci salutiamo neppure, pur vivendo nello stesso quartiere da anni. Vi confesso che questa situazione ha i suoi lati positivi: non si deve far finta di apparire degli amabili vicini che si scambiano sale, farina e zucchero.
Non c’è bisogno di risultare simpatici.
Si può evitare quella sgradevole situazione imbarazzante, quando ci s’incontra e non si sa di cosa parlare.

Il vicino A pota la siepe. Il vicino B annaffia le begonie. Inevitabilmente s’incontrano a ridosso della recinzione.

Buongiorno.
Buongiorno.
Bella giornata eh?
Eh sì...
Arrivederci.
Arrivederci.


Come vedete, conversazioni di cui si può benissimo fare a meno.
Il fatto che non chiacchiero con i miei vicini di casa, non può privarmi, comunque, del piacere di osservarli nelle loro faccende quotidiane e spiattellarle a voi tutti.

I pensionati che odiano gli animali (soprattutto il mio gatto).


I signori campano di pensione. Sono i maniaci del giardino per eccellenza. Tagliano l’erba, con un mezzo rumorosissimo, solitamente il sabato mattina presto e protraggono questa attività fino a mezzogiorno, interrompendo il mio sonno ristoratore. Un giorno li ho visti aggirarsi per il prato armati di righello e forbicina.
La signora è solita addobbare la casa per ogni festività. Svolge questa attività con largo anticipo sul calendario, tipo l’albero di natale che ha iniziato a preparare a ottobre. Oltretutto è capitato, una notte di dicembre, che un boeing 747 atterrasse proprio accanto a casa sua, pensando che quella distesa infinita di lucine segnalasse la pista. Si seppe in seguito che il radar si era sbagliato.
Nelle soleggiate giornate d’estate la signora ama prendere il sole su di un lettino, ben visibile da ogni punto della Terra. La cicciona, pardon, signora appare su quel lettino come una balena arenata sulla spiaggia di Malibu. Perfino i muratori che le passano accanto, storcono la bocca e quella è gente di bocca buona. Lei se ne infischia sfoggiando un costumino giallo oro.
Ha preso di mira il mio povero, minuscolo gatto, Silvestro. L’animale si è macchiato di un terribile crimine: le ha scompigliato tutti i cuscini della panchetta sotto il portico. Che le portasse pure via i cuoricini di S.Valentino, le ochette di Pasqua, le zucche di Halloween, la bandiera americana del 4 luglio, i festoni di Capodanno! Lo sto addestrando per questo.