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mercoledì, 14 maggio 2008
Da tempo non guardo più la tv. Non lo dico per snobismo, ma quando passo di fronte al televisore acceso di mia madre non posso che scuotere la testa.
Tale decisione è frutto di un processo lento e inesorabile che un bel giorno mi ha portato a dire: “A che serve? Perché perdo il mio tempo così?”.
Era diventato un gesto automatico pigiare tasti a caso sul telecomando e dopo tre o quattro giri di zapping, mi stufavo, spegnevo e buttavo il telecomando con disprezzo sul letto.
Un giorno ho realizzato che quel gesto era assolutamente inutile. Era come percorrere ogni giorno la stessa strada, una strada che peraltro non portava da nessuna parte.
Oramai è palese, in tv non c’è niente d’interessante da vedere. Sky e digitale terrestre dovranno pur vendere.
Io ricordo che anni fa, quando non vivevamo nel meraviglioso mondo della pay-tv, qualche volta passava un bel film in prima serata e se eri fortunato addirittura una prima visione.
Capitava di consultare la guida ai programmi e di dire: “Stasera, cosa guardo?”.
Non voglio fare un post sui reality-immondizia, sulla mediocrità delle fiction italiane, sui telefilm in terza serata, sui cosiddetti programmi d’approfondimento che invece di parlare di cose serie parlano delle mediocri fiction italiane, dell’informazione pilotata, del giornalismo da scoop.
E non m’interessa nemmeno distogliervi dalla visione delle suddette, ognuno è libero di fare ciò che più gli aggrada, certo è che non capisco come un contenitore così vuoto di contenuti (ih ih) possa attirare l’attenzione di tanti.
Io mi sento come se mi fossi liberata da un incantesimo, non scherzo. Cresciuta davanti al televisore, come tutti i bambini del resto, avevo sviluppato una sorta di dipendenza che m’induceva a guardarla anche quando non c’era niente da vedere, finché un giorno ho detto basta!
Confesso che a volte avrei voluto strappare la spina e scagliare l’apparecchio fuori dalla finestra e speravo, un giorno, di vedere altri che buttavano quelle inutili scatole. Tutti affacciati ai balconi, capelli per aria, vene che scoppiavano, urla di liberazione e botti, terribili botti di televisori che si fracassavano in un tripudio di valvole, plastica e transistor.
Per queste cose e per molte altre, ho capito che è sbagliato aspettarsi un’inversione di rotta da parte delle persone ed è ugualmente sbagliato cercare, non di fargli cambiare idea (ognuno ha le sue e se le tiene), ma non è efficace neppure cercare di fargli capire che c’è qualcosa oltre.
È un percorso personale. Io spero sempre che un giorno, quella persona si svegli e capisca che è il momento di aprire gli occhi, di allargare l’orizzonte, di provare a vedere, conoscere altre cose e che la smetta di saltare nel cerchio infuocato.
No, non sto gongolando, però sono contenta. Adesso leggo, penso e guardo un sacco di film, film che non avevo mai visto per ignoranza, età, immaturità.
Ieri ho spento la luce, ho infilato un dvd nel lettore e ho visto un film di Truffaut. Mica male.
Sto ascoltando: Ben Harper – Welcome to the cruel world
lunedì, 12 maggio 2008
Vieni? Suvvia che ti costa?
Quando? Venerdì 30 maggio, ore 20.30
Dove? Vicenza, Villa Lattes
Chi? La casa editrice I sognatori, Flavio Pagani, Lucilla Galanti, Alberto Carollo e tutto il gruppo di CaRtaCaNta...e ovvio, ci sarò anch'io.
Cosa? Si parlerà di editoria, verranno presentate le ultime uscite editoriali "Lapsus" e "Altrove da me" in presenza degli autori, si prospetta una serata veramente interessante!
Perché? E me lo chiedi? Devi esserci punto e basta.
dal blog http://casadeisognatori.splinder.com/
La notizia è già trapelata, a quanto pare, quindi oggi (con un buon anticipo sui tempi) ci apprestiamo a renderla pubblica.
Allora, informiamo tutti voi che il 30 maggio 2008, presso Villa Lattes a Vicenza, si terrà una doppia serata di presentazione, incentrata sui libri “Lapsus” (di Flavio Pagani) e “Altrove da me” (di Lucilla Galanti). Presenzieranno i due autori, Aldo Moscatelli, Alberto Carollo (in arte Cigale, che farà gli onori di casa) e Francesca Santamaria.
L’evento nasce dalla collaborazione tra la casa editrice I sognatori e CartaCanta, e naturalmente ci auguriamo di poter chiamare a raccolta i tanti blogger del nord che ci seguono con affetto.
Si tratta della nostra prima “escursione” (ma state tranquilli, non ci presenteremo sul finire della primavera con pellicce e colbacchi, come Totò, Peppino e Vittoria Crispo in un noto film) al di fuori dei confini regionali, quindi speriamo di poter contare sulla presenza dei bibliomani che vivono in zona. La serata di presentazione dovrebbe avere inizio attorno alle 20.30.
Tempo per organizzarsi ce n’è parecchio, quindi voi cercate di disdire impegni e – se volete – spargete la voce in giro.
Noi nel frattempo cominciamo a preparare le valigie.
Ti ricordo che CaRtaCaNta - laboratorio di materiali narrativi - vaglia proposte di autori locali e non, interessati a presentare con la nostra associazione le loro opere presso villa Lattes e altre sedi.
Contattateci via mail info@cartacantalab.com
sabato, 10 maggio 2008
Oggi parliamo di La passione della scrittura di Katherine Mansfield
Una recensione su un libro di recensioni ah ah!
A parte gli scherzi, quello che tengo fra le mani è un piccolo gioiello prezioso e indispensabile per chi legge, scrive, per semplici appassionati di lettura.
Il titolo trae in inganno e si può benissimo pensare a un saggio sulla scrittura della Mansfield, invece tra le pagine si scoprono cose molto più interessanti.
Si tratta di una raccolta di recensioni apparse su Athenaeum, la rivista diretta dal marito della scrittrice, tra l’aprile del ’19 e il dicembre del ’20.
Nella prefazione si legge di come il marito Murry e i redattori da lui scelti Huxley e Sullivan si accaparrassero i libri più interessanti che arrivavano in redazione, mentre alla Mansfield venissero lasciati libri mediocri, destinati a scomparire dalla memoria del lettore.
Sebbene la lettura dei testi rubasse tempo prezioso alla scrittura e la salute già compromessa le procurasse difficoltà non indifferenti, la scrittrice portava avanti con dedizione il suo impegno.
Siamo di fronte a molto più che semplici recensioni peraltro scritte così magistralmente da far impallidire i grandi, o coloro che si ritengono tali, critici letterari.
La scrittrice non si ferma ad analizzare i soli aspetti contenutistici o formali, ma conduce una riflessione approfondita del testo e ne ricava delle considerazioni non da poco.
La cosa che più mi ha stupito è proprio l’attualità di queste recensioni.
Riguardo a quegli scrittori che sfornano libri a distanza di uno, due anni, tutti immancabilmente simili tra loro, scrive: “Il loro scopo principale è quello di non mostrare mai un segno di cambiamento...portare per così dire, i propri lettori a fare una gita, fermandosi sempre allo stesso albergo in cui tutto è noto, dai volti dei camerieri all’ubicazione del bagno, fino alla forma dei salatini che si accompagnano al formaggio.”
C’è niente di più vero?
E ancora: “Ma i grandi scrittori del passato non sono mai stati degli intrattenitori. Sono stati investigatori, esploratori, pensatori. Il loro scopo è stato quello di rivelare un po’ del mistero della vita.”
Potrei ricopiare interi brani e leggendoli vi trovereste a esclamare: “Caspita, è proprio vero!”.
Mi ha sorpreso l’uso dell’ironia, tagliente a dir poco e il sapiente impiego delle metafore.
A dispetto del tema trattato, quindi, queste recensioni sono un’ottima lettura e sono sicura che saranno preludio all’acquisto di una bella raccolta di racconti della scrittrice.
Come non desiderare di avanzare perlomeno di un gradino verso il genio della Mansfield?
“Leggere, per la grande maggioranza della gente, non è una passione, ma un passatempo, e scrivere, per molti autori moderni, è un passatempo e non una passione.”
(La passione della scrittura, Katherine Mansfield, i Nani Baldini&Castoldi, 1999)
martedì, 06 maggio 2008
La quota che andava versata prima dell’inizio del corso era consistente. Non si trattava di milioni, ma per me, era una somma consistente. Ho riflettuto a lungo se parteciparvi o no, ma dato che il corso in questione veniva organizzato a scadenza regolare da anni e lo teneva un editor con tanto di referenze, ho pensato fosse una cosa valida.
Si trattava di una full immersion nella scrittura, quindi pochi incontri, ma molte ore.
I partecipanti erano tanti e lo sapevo, solo che la persona che organizzava il corso aveva pensato bene di allargare il giro e quindi c’erano più persone del previsto.
Non concentriamoci sul numero di partecipanti, il punto è un altro.
L’organizzatore del corso e chi lo teneva (due persone distinte in questo caso) volevano far passare per buona l’idea meccanica della scrittura, ossia l’ispirazione è tutta una finzione, l’invenzione è una farsa e gli scrittori sono dei contabili di battute.
Ne ho letto di roba scritta a casaccio e so che bisogna saper di cosa si sta parlando quando si scrive, ma da qui a trasformare chi scrive in una scimmia ammaestrata che fa numeri da circo perfettamente ripetibili da qualsiasi altra scimmia, no!
L’editor in questione sottolineava a più riprese che gli scrittori, e qui si parla di grandi scrittori che hanno scritto i grandi classici, sapevano ancor prima d’intingere il pennino nell’inchiostro tutto quello che dovevano scrivere. Non una vaga idea, TUTTO.
Vediamo Fëdor chino sulle sue carte che scrive “Delitto e castigo”, ma un attimo! Controlla di continuo un foglio, cos’è? Ci avviciniamo e con raccapriccio notiamo che segue uno schema rigidissimo del tipo “incipit tot battute, no descrizioni che rallentano la narrazione”, “finale tot battute, come nell’incipit occhio a non sforare!”.
A quel punto non potremo che agguantare Fëdor per il colletto, schiaffeggiarlo e tentare di riportarlo alla realtà ricordandogli che lo scrittore non è un compilatore di bollette!
L’editor continuava a sostenere che lo scrittore DEVE sapere prima cosa scriverà, quante battute impiegherà per l’incipit e il finale, dovrà eliminare le descrizioni che oggigiorno non vanno più di moda.
Per far questo ha riassunto alla lavagna lo schema di un famosissimo libro di un grande scrittore che sentivo personalmente rivoltarsi nella tomba. Non contento ha invitato i partecipanti a ripetere l’esercizio, sostituendo il personaggio del libro con un personaggio di fantasia, mantenendo comunque lo schema analizzato.
Esercizi a prova di scimmia, ripeto. Tutti possono sentirsi grandi scrittori in questo modo. Perché non provare l’ebbrezza di riscrivere Calvino, Tolstoj, Dickens, e apporci la propria firma sotto per poi gongolare? Difatti un altro esercizio consisteva proprio nel riscrivere un testo di uno scrittore amato. Non ho parole.
È utile imparare dai grandi, su questo sono d’accordo, ma allora bisogna leggere, leggere, leggere. Non serve smembrare un capolavoro per dimostrare che scrivere non è poi così difficile.
Non finisce qui, perché dopo essermi sorbita ore e ore di cazzate, ho voluto dire la mia, io che sì, ho paura degli altri, che faccio fatica a parlare, ma forse, in quel frangente, qualcosa dentro di me è esploso tanto da farmi dire che non era possibile. Non potevo accettare l’immagine di uno scrittore-impiegato, l’idea meccanica di scrittura. Perché, allora, alla domanda – Quando capisci che la storia è finita -, lo scrittore risponde – Lo sento -?
L’editor scoppia a ridere e con un gesto della mano mi manda in vacca (se preferite a quel paese) e dice con il tono di chi svela alla figlia che non sono le cicogne a portare i bambini – Ma sì, lo dicono tanto per dire, ti assicuro che è come dico io –.
Nell’aula nessuno replica, nessuno s’indigna, molti sghignazzano e io vorrei scavarmi la fossa.
Non sono riuscita a replicare, sia perché l’editor se l’è data a gambe visto che l’incontro era terminato e tanto i soldi lui li aveva tirati, sia perché capivo che la mia battaglia era inutile.
Io credo in quello che ho detto e a riprova di questo, qualche settimana fa, Dacia Maraini, ha risposto così a una domanda riguardante il suo ultimo libro.
Come è nato questo romanzo?
Ci sono voluti quattro anni per scriverlo e guardi, penso che i libri siano veramente misteriosi. La genesi di un libro è, ancora oggi per me, una cosa assolutamente misteriosa. Per esempio non conoscevo affatto il finale, quando ho iniziato a scrivere, e piano piano è stato il personaggio a suggerirmi come doveva andare a finire. Parlando con gli scrittori noto che quasi tutti dicono la stessa cosa ma c'è sempre chi pensa di riuscire a dominare i suoi personaggi e secondo me si sbaglia. Penso che il rapporto dell'autore con il personaggio sia come quello di Pinocchio con Geppetto che lo crea, gli da forma e vita ma alla fine, il primo gesto che ha Pinocchio per lui, è dargli un calcio: il personaggio fa quello che vuole e non sta mai agli ordini del suo "costruttore".
Potrei riportarvi mille altre dichiarazioni simili a queste.
Ovvio che non ho più voluto frequentare quell’inutile corso.
Ancor più ovvio che l’organizzatore non abbia voluto rimborsarmi almeno una parte della quota versata. Lui non si era fatto problemi ad allargare il numero dei partecipanti, ma io che avevo preso parte al solo primo incontro, non avevo diritto a un rimborso. Ha accampato mille patetiche scuse e mi ha trattato da cretina. Io questa la chiamo truffa.
A voi le conclusioni. Ci tenevo a mettervi in guardia. Valutate bene chi tiene il corso e ricordatevi che il lavoro di alcuni editor consiste nello sfornare libri vendibili, che siano scritti male, privi d’originalità o peggio copiati spudoratamente, poco importa.
I corsi di scrittura sono utili per superare la paura di uscire allo scoperto, inoltre potrete magari conoscere qualcuno con cui condividere i vostri interessi, ma evitate di sborsare cifre da urlo, almeno che non ne valga davvero la pena.
Nelle librerie ci sono montagne di manuali di scrittura, alcuni pessimi, altri buoni e di solito chi li scrive è lo stesso che organizza il corso.
Il consiglio, comunque, rimane uno: LEGGETE.
lunedì, 05 maggio 2008
Questo post non nasce da un desiderio di vendetta (non farò nomi e tenterò di non fare riferimenti espliciti, anche se prenderlo lì brucia), ma si tratta solamente di una testimonianza del tutto personale per l’appassionato di scrittura che un giorno ha l’idea balzana di frequentare un corso di scrittura creativa.
Ecco i fatti: ho frequentato tre corsi di scrittura creativa.
Dopo aver sognato per notti intere di trasferirmi a Torino per buttarmi tra le braccia di Baricco senza controllare il costo proibitivo dei corsi, ho deciso di concentrarmi su corsi che fossero alla mia portata, soprattutto alla portata delle mie tasche.
Il primo corso è andato male. Fatto “a membro di segugio” come ama dire un mio amico e talmente deprimente che una sera d’inverno, mentre tornavo a casa, ho pensato seriamente di buttarmi sotto il tram, poi ho detto – E no cavolo, conserva questo aneddoto sul tentativo di suicido e inseriscilo in qualche racconto o in qualche post! -. Come vedete, tutto torna utile.
La persona che gestiva il suddetto corso si era inventata un lavoro e con i corsi di scrittura si può benissimo campare tanto l’Italia è un popolo di scrittori, leggi polli da spennare, che non vedono l’ora di farsi vendere aria fritta. Ovvio che in questa categoria rientro anch’io.
Questa persona si arrabattava tra un articolo sul giornale, un libro qua, un corso là e sbarcava il lunario. Di questi tempi tutto è lecito pur di portare a casa la pagnotta.
Devo essere giusta e dire che la quota d’iscrizione era veramente contenuta e quindi anche se avessi deciso di non andarci dopo i primi due incontri, non ci avrei rimesso molto, ma io, masochista, ho frequentato tutte le lezioni.
Delle “nozioni tecniche di scrittura” strombazzate nel volantino che pubblicizzava il corso, non ho visto neanche la fuggevole ombra. Quello che mi rimane in mano è un pesante fardello di fotocopie di elaborati dei partecipanti che ogni settimana diminuivano di numero, quasi nessun consiglio di lettura e poco altro.
Solitamente nei corsi di scrittura, l’organizzatore fa la sua lezioncina e poi si procede alla lettura degli elaborati che sono lo sviluppo di una traccia data nell’incontro precedente.
É una cosa che serve moltissimo, sia perché viene imposto un numero di battute entro le quali contenersi, sia perché l’esercizio guidato ti obbliga a metterti alla scrivania e produrre qualcosa.
Non dimentichiamo poi il confronto, essenziale e indispensabile. Leggere i propri scritti in pubblico serve per uscire dal proprio guscio o se preferite delle proprie stanzette.
Dopo questo pippotto (tutta farina del sacco di altri), c’è da dire che “l’insegnante” si limitava a fotocopiare per i partecipanti gli elaborati. Fotocopiare, non leggere.
Ho assistito a una scena imbarazzante in cui uno dei partecipanti chiedeva notizia del proprio racconto e ho visto “l’insegnante” arrampicarsi sugli specchi.
Partecipante: Scusi, ha letto quel mio racconto...
Insegnante: Uhm...ehm...quale?
Qualcuno, da dietro: Non legge le cose che scriviamo...
Insegnante: Hai la copia? No, perché sai, tra tutte queste fotocopie non trovo il tuo elaborato...
Tsè! Tanto per farvi capire.
Dopo pochi mesi, si è presentata l’occasione di frequentare un altro corso di scrittura.
Io non ne volevo sapere, ma la persona che mi sta accanto e che ha capito che deve darmi sempre la spintarella giusta altrimenti io non parto, mi ha convinto a riprovarci.
Anche qui costo contenuto, ma si trattava di un altro pianeta. Ho incontrato una persona formidabile, con la quale ho allacciato una – spero – duratura amicizia e che mi ha insegnato molto.
Un corso con i fiocchi per il quale l’organizzatore si è spremuto, ha letto sempre gli elaborati di tutti e ha sempre trovato il tempo di fornire risposte e consigli. Una persona preparata, seria e sensibile essendo lui stesso scrittore.
Il problema secondo me dei corsi è proprio l’organizzatore che può essere uno che s’improvvisa (vedi la mia prima esperienza), uno scrittore che sa cosa vuol dire scrivere, conosce le gioie (poche) e le difficoltà (moltissime), che è sensibile nei confronti della parola e infine un editor, tra poco arriviamo a questo essere senz’anima.
Io ci tengo a dire che non faccio mai di tutta un’erba un fascio. Tutto dipende dalla persona che ti capita in sorte. In amore, nel lavoro, in posta, dal ferramente e anche in un corso di scrittura.
Comunque il secondo corso è andato benissimo, ho scritto molto e nonostante la voce mi tremi sempre quando leggo in pubblico, mi sono felicemente sorpresa a saltare sulla sedia nell’attesa di leggere le mie peraltro mediocri parole.
Le schede fornite erano una miniera d’informazioni, chi teneva il corso essendo un forte lettore portava i libri e ne leggeva dei brani e al termine dell’incontro non si fuggiva a casa, ma si sforava piacevolmente.
Forte di questa esperienza, ho tentato il grande salto e ho deciso di frequentare il terzo corso di scrittura e qui vi consiglio di leggere attentamente.
A domani con la seconda parte!
sabato, 03 maggio 2008
Che qualcuno mi spieghi come si fa a tenere in piedi un’amicizia, che qualcuno giuri, qui, adesso, di avere un vero amico.
Basta una breve carrellata sulle vostre amicizie. Amicizie, non conoscenze.
Ora rispondete a queste semplici domande:
- C’è qualcuno che vi aiuta quando ne avete bisogno, quando siete in crisi, quando la macchina vi lascia a piedi, quando va tutto male e non sapete dove sbattere la testa?
- C’è qualcuno che si prende la briga di chiamarvi, di chiedervi e chiedersi se siete ancora vivi regolarmente?
- C’è qualcuno con cui potete parlare, che non vi giudica, a cui non dovete nascondere qualcosa?
- C’è qualcuno che vi ascolta? Ascolta con attenzione intendo, annuire con la testa non vale.
- C’è qualcuno con cui riuscite a parlare di cose che vadano oltre alle solite stronzate?
Se avete risposto sì a tutte le domande, senza esitazioni, tentennamenti, senza barare, né controllare le soluzioni a fondo pagina, allora siete fortunati, o siete pazzi (si parlava di una persona in carne e ossa, non di un amico immaginario).
Poniamo il caso che voi abbiate sempre sbagliato a valutare le persone. Le abbiate messe ogni volta su un piedistallo credendole perfette e appena quelle inciampavano in un umanissimo errore, il supporto cedeva, si sgretolava e voi le vedevate per quello che erano.
Avete sbagliato, sbagliate e sbaglierete, ma non si può dire che vi riteniate superiori o che non diate fiducia alle persone.
Voi provate ad avvicinarvi agli altri, ma forse mettete a disagio la gente. L’imbarazzo è palpabile, lo sentite, lo vedete, lo annusate nell’aria, non sanno come interagire con voi.
Preferiscono parlare con la persona che magari sta con voi, più spigliata e alla mano, eppure non incutete timore, non siete una belva feroce pronto ad ingoiarli.
Addirittura cambiano tono di voce con voi, vi trattano come un marziano.
Come se non bastasse, avete notato che la superficialità è la cifra dei rapporti umani.
Alcuni parlano delle solite puttanate, che va bene sentirle una, due, tre volte, ma poi stufano.
Può essere questione di limitatezza mentale, alcuni vedono a un metro dal loro naso, poi il nulla, ma in alcuni casi non c’è proprio la volontà di approfondire.
Se voi provate a uscire dal tracciato della conoscenza per dirigervi verso un abbozzo di amicizia è come se strappaste dalle mani di quelle persone la bussola e la lanciaste a due passi di distanza.
Si disperano, si arrabbiano, non sanno più come fare, si perdono e continuano a camminare in circolo e alla fine vi voltano le spalle.
Ma allora, vi dite, è tutta una balla l’amicizia, una roba da spot, da telefilm, non esiste!
E poi hanno il coraggio di dirvi che siete solitari, difficili, scontrosi, ma come? Voi non chiedete altro che stabilire rapporti sinceri dove siete pronti a mettere in gioco voi stessi e a fare tutto quello che è in vostro potere.
Siete particolarmente sfortunati, diversi e commettete errori di valutazioni, ma forse, dopo anni di inutili tentativi, vi conviene emigrare. In un altro pianeta.
“Io stavo pensando una cosa molto triste cioè che io anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone, ma non nel senso di quei film in cui ci sono un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone, io credo nelle persone però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza...”
Nanni Moretti in Caro diario
sabato, 26 aprile 2008
Oggi parliamo di Lapsus di Flavio Pagani

“Inclassificabile” è la parola che mi frullava nella testa mentre leggevo questo romanzo perché è inutile ricercare echi da inseguire. Flavio Pagani ha la sua voce e si fa sentire.
Nel sottotitolo c’è tutta la storia: ”Il romanzo di un favoliere che mozza una testa e di un investigatore che gli dà la caccia” e subito si pensa a un storia lineare, priva d’intoppi...niente di più sbagliato. Mentre il lettore viene risucchiato dalla storia e assiste sbigottito a una serie di eventi tutt’altro che ordinari, l’autore piazza delle trappole qua e là: giochi di parole, personaggi che si divertono a spuntare all’improvviso tra le pagine, frasi capovolte.
Lo scrittore ci punzecchia con spilli di fantasia per destare la nostra attenzione e voltare la pagina è come svoltare l’angolo: non sai mai chi potresti incontrare.
Il nostro protagonista, un cantastorie che tiene spettacoli di marionette in un piccolo teatro, percorre le strade di Milano detta anche “giungla d’asfalto”, la grigia metropoli dove non c’è più spazio per i sogni. Eppure il marionettista si fa largo con le sue favole tra automobilisti agguerriti e semafori assassini perché “[...] le fiabe sono proprio isole: sono scogli nel mare, oasi nel deserto, bagni nel mistero o radure nella giungla d’asfalto del mondo reale...”.
Il favoliere purtroppo si caccerà in un bel guaio e rifugiarsi nelle sue favole non servirà più a molto. Dovrà cambiare identità diventando irriconoscibile, fuggire nel Borneo, abbandonando moglie, figlia e marionette per scampare all’ira del potente Costantino Cresonte e alla tenacia dell’ispettore Bosettoni. Ma si sa, “tutti ritornano” e il cantafavole non riuscirà più a star lontano dai suoi affetti.
Siamo in presenza di un Ulisse strampalato che vive in esilio, un po’ per necessità, un po’ per volontà, che ama solcare i mari della fantasia, che non segue la retta via....così scriverebbe l’autore che non si risparmia in rime e filastrocche.
Scrivere cose per dirne altre, in questo Flavio Pagani è proprio bravo. Con il pretesto di raccontare una storia, inserisce tante considerazioni sulla società, sull’amore, sulla meschinità di certe persone, sul nostro modo di vivere, senza risultare mai banale o peggio pedissequo.
Non si tratta d’inseguire l’originalità a tutti i costi perché è chiaro fin dalle prime righe chi tiene saldamente in mano i fili della narrazione con un’abilità mirabile. A pag. 8, infatti, c’è la bussola per orientarsi: “Questa storia, infatti, non segue le rette di un quadrato, ma le linee curve di un cerchio dove tutto, anche il più insignificante particolare, è destinato a tornare a caricarsi di senso...”
Un libro che per stile e contenuti non ha eguali, un invito a fuggire con la mente per sopportare la realtà.
Il buffo poeta ambulante non è altro che una persona che crede ancora nei sogni, ma che per farsi sentire deve gridare e in questa figura ho rivisto un po’ Flavio Pagani e le sue traversie letterarie (ne potete leggere qui).
Ben vengano questi matti, le loro favole, i loro sogni. Nonostante tutto, ci sarà sempre qualcuno in grado di apprezzarli.
p.s. La copertina è una gioia per gli occhi, più la guardo e più mi piace.
“Ai due parve di essere costretti a scendere dalla sommità vertiginosa di una torta, dopo averne morso insieme soltanto la ciliegina.”
(Lapsus, Flavio Pagani, 2007, I sognatori)
mercoledì, 23 aprile 2008
Arrivata in stazione un po’ in anticipo (stranissimo) ho varcato la soglia di una libreria Mondadori (argh!) per dare un’occhiatina alle novità. D’altronde in una Mondadori cos’altro vuoi trovare se non le novità?
Non so perché, ma in quella libreria che resta pur sempre il tempio dei libri, c’è un casotto costante. Le commesse chiacchierano sempre e per giunta a voce alta.
Ora, io non voglio passare per la rompiballe di turno (in effetti, lo sono), ma santa pazienza, siamo in una libreria, silenzio!
C’è molta clientela di passaggio, gente che magari deve farsi un viaggio lungo in treno e decide di acquistare un libro, gente che come me si fa un giretto in attesa di partire, eppure le due persone che sono entrate lì nel giro di cinque minuti scarsi, possono essere prese a campione.
Caso n. 1
Entra un tipo, si guarda attorno.
“Buongiorno, cercavo Caos Calmo di Veronesi. Avete l’edizione economica a 6 euro?”
“No, non c’è. Visto che è uscito il film, hanno ripubblicato l’edizione da 17.50.”
“Va bene, la prendo.”
E tu, incosciente, spendi euro 17.50 per Caos Calmo? Sarà anche un bel libro, ma perdio butti alle ortiche i tuoi soldi così? Aspetta, cerca. Quasi quasi volevo dirgli di andare in centro che l’edizione economica l’avevano perché l’ho vista.
Caso n. 2
Entra un tipo, si guarda attorno, o meglio finge di guardarsi attorno.
“Buongiorno, cercavo l’ultimo libro di...uhm...mi scappa il nome...ne ho letto una bella recensione su (invento) Corriere magazine...”
“Vediamo...si tratta per caso di (invento) Letture per stolti di Tizio?”
“Esatto!”
E qui la commessa piega all’indietro la testa, spalanca la bocca e inizia a ridere sguaiatamente. La sua risata echeggia nel piccolo locale e io cerco triglie, trote, pesce spada...no, non sono in una pescheria.
“Ah ah! Ha visto, lo sapevo! Ah, ah! Ho indovinato! (si volta verso la collega e grida) Hai visto? Ah ah!”
Forse bisognerebbe spiegare alla gentile signorina che un attimo prima elencava alla collega le sue interessantissime esperienze di vita delle quali ho preso nota dato che il volume della sua voce era un tantino spropositato, che indovinare un libro non equivale a vincere un milione di euro!
Sono uscita, inorridita.
Fnac. Per quanto ami la Fnac, devo dire che i commessi che ho incontrato io, sono sgarbati e se ne stanno tutto il tempo in panciolle. Non generalizziamo, sto parlando di quelli che ho incontrato.
Un sabato mattina
“Buongiorno, avevo ordinato un libro e visto che voi mi avete detto che è arrivato sono venuta a ritirarlo.”
Il commesso mi guarda storto e biascica: “Che libro?”
“(invento) Manuale per negligenti di Caio.”
“Cosa? Noi non abbiamo quel tipo di libro e non lo possiamo ordinare alla casa editrice, semmai dobbiamo farcelo arrivare da un’altra libreria.” (tono sgarbato e irritato)
“Sì...ma io l’ho ordinato e voi mi avete chiamato per dirmi che è arrivato qui...quindi...”
“Che libro?”
Ripeto titolo e autore, il commesso digita sulla tastiera e poi dice: “Ah sì, è arrivato.”
Ma dai?
La gente non ascolta più, proprio questo mi fa imbestialire. Il commesso elaborava la sua rispostina del cavolo, mentre io parlavo e così non ha sentito quello che dicevo.
Ovviamente quel tipo è così dalla nascita ed è molto probabile che si comporti così con tutti.
Certo è che alla Fnac non brillano per efficienza.
Sempre un sabato mattina, mentre guardavo stupita una signora che fotografava con il cellulare le pagine di un libro, una specie di manuale di yoga, è arrivato un ragazzo che ha interpellato un commesso.
“Buongiorno, ho sentito che Max Pezzali ha scritto un libro, dov’è?”
“Guarda là, nella sezione musica.”
Sorvoliamo sulla scelta del povero cliente, ma il commesso non poteva fargli vedere dov’era fisicamente il libro, invece di dirgli, in pratica, arrangiati? Ovviamente il malcapitato non l’ha trovato.
Mi faceva molta pena e mi sono interrogata a lungo circa la possibilità di dirgli dov’era il libro, visto che lo sapevo. Si trovava a un metro dal suo naso, uno scaffale più in là, e ce n’era una pila infinita accanto alla cassa, ma non potevo commettere un simile delitto. Che non lo trovasse, che rimanesse nell’ignoranza.
Per l’eternità.
sabato, 19 aprile 2008
Oggi parliamo di: Con le mani in tasca di Gianni Vesentini
Amore, amicizia, ricerca della propria identità, in una parola: vita.
Di questo parla il romanzo breve di Gianni Vesentini che mi ha non poco stupito.
Un sabato pomeriggio mentre gironzolavo, la mia attenzione è stata catturata da una locandina: “Oggi alla 17.30 presentazione del libro di un giovane talento: Gianni Vesentini”.
Ovviamente mi sono catapultata all’incontro attirato da quel giovane talento e vi assicuro che il libro mi ha talmente convinto che sono proprio qui a parlarne. Avrete capito che in questa mia rubrica, io scrivo esclusivamente di libri che mi sono piaciuti, che ho apprezzato e che consiglio, ma non voglio tenervi sulle spine.
Il protagonista di questa storia è Sebastian, un giovane musicista, riflessivo, insicuro e tormentato che si muove in una Madrid appena accennata, sfocata.
L’intera vicenda si sviluppa nell’arco di poco più di una giorno (mattina, pomeriggio, sera, notte, di nuovo mattina) e ricorda il titolo di un film di Kim Ki-Duc.
Sebastian è un personaggio interessante che vive in bilico perpetuo tra ciò che dice e ciò che vorrebbe dire. Decide sempre lui cosa mostrare di sé, ma viene il momento in cui è impossibile continuare a censurarsi l’anima e il cuore.
“L’unico problema è trovare il nostro vero, personale motivo di vita...” afferma ad un certo punto il protagonista e accanto a lui ad accompagnarlo nel cammino ci saranno Giulia, con cui vive un amore tenerissimo, quasi adolescenziale “...se guardi qualcosa di bello, vorresti che anche lei lo avesse visto” e Paco “ci sono poche persone al mondo [...].che hanno la capacità di dirci al momento giusto ciò che per noi è bene sentire”, l’amico di sempre.
La solita storia di ragazzi? No, nel racconto di Gianni Vesentini c’è molto di più.
Riusciamo a farci spazio tra i pensieri di Sebastian, avvertiamo le sue incertezze, viviamo le sue stesse emozioni eppure c’è qualcosa che non quadra, c’è quella voce narrante “Tu, Sebastian...” che non ci lascia in pace. Chi è il narratore di questa storia? Al lettore la risposta.
Una riuscita opera prima che se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, potrebbe essere stata maggiormente valorizzata da un lavoro di editing più meticoloso (non sono un’esperta, ma certe cose le vedo).
A Gianni l’augurio di continuare a scrivere e soprattutto a pubblicare.
“Come si fa a parlare di sé, se nemmeno noi stessi capiamo chi siamo e cosa vogliamo dai nostri passi.”
(Con le mani in tasca, Gianni Vesentini, 2008, Il Filo)
martedì, 15 aprile 2008
Stai salendo le scale, sei stanca e vuoi andare a dormire quando all’improvviso ZAC! Una zampetta bianca sbuca dal nulla e cerca di afferrarti il piede aaaaaaaaaaaaaaaaaaaah!!!
Bruschetta, la mia gattina, ama sonnecchiare sul pianoforte posizionato nel sottoscala.
Ma perché tieni un pianoforte lì sotto? – vi starete domandando. Chi lo sa è bravo. Io non ne ho la minima idea. Non ricordo neanche più quali dita abbiano profanato la tastiera...sta lì a prender polvere e Bruschetta vi si acciambella sopra.
Io non sono solita lanciare occhiate al sottoscala, quindi spesso mi capita che Bruschetta mi tenda questi propri e veri agguati e non sono mai preparata.
Non so se vi è mai capitato di sciabbattare su per le scale e un felino a tradimento tenta di acchiapparvi...puro horror, una scena da film di Carpenter o in un racconto di Poe (e la mente va a The Black Cat, da pelle d’oca se lo leggi in inglese in prima media.)
Adesso, per esempio, sono scesa giù di corsa perché Polly stava trascinando in giro per casa un cassetto.
Sì, ho detto proprio cassetto. Lo ha estratto dal mobile e lo stava portando a fare un giretto.
Rimediato al danno, ho salito le scale per tornare in camera mia e con la coda dell’occhio vedo Bruschetta appostata sul pianoforte, pronta a colpire. Mi prende il panico. Che faccio? Salgo o scendo? Tengo la destra o la sinistra? Salgo gli scalini due a due?
Avevo veramente paura di quella zampetta bianca e malefica, la vedevo già lì che si avvicinava al mio piede, perciò ho chiuso gli occhi e ho corso come una dannata, scalino dopo scalino, verso la libertà...ma voi vi siete mai chiesti perché nei film l’inseguito va sempre verso l’alto?